Hillman da conoscere

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 15, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2012 – Estratto

All’intervistatrice che era andato a trovarlo poco prima della sua fine chiedendogli quale messaggio avrebbe voluto lasciare ai posteri, Hillman rispose: “è molto importante che il mio pensiero rimanga”. A un anno di distanza dalla sua morte, credo si possa affermare che il suo desiderio è stato esaudito; e per mettere a fuoco la sua personalità, credo si possa altresì dire che il Fato ha realizzato il suo disegno. Il non casuale riferimento al Fato ci fa inquadrare Hillman nella sua specificità di pensatore-psicologo che – come, ma più di tanti altri – ha saputo coniugare la sua esperienza di psicoanalista junghiano con la capacità di saper individuare un “tesoro” da scoprire nella cultura del mondo classico. Così, come psicoanalista prima e filosofo poi ha voluto divulgare e donare, con la sua ricchissima produzione letteraria, le sue riflessioni a chi abbia la volontà e la capacità di leggere e intendere. Ciò spiega la sua fortuna come autore, soprattutto in Italia, dove la cultura classica costituisce un diffuso retroterra culturale. Hillman, infatti, proprio per questa sua specificità di rifarsi ai classici, a differenza di altri autori psicologi talvolta di difficile lettura, è stato letto anche da persone lontane dal mondo della psicologia che, pur dopo la sua scomparsa, continuano a voler approfondirne il pensiero. Pensiero che va di là dall’elaborazione di una teoria psicologica, ma si pone come filosofia di vita. Hillman, ci aiuta a svelare il disincanto dell’esistenza e si propone come pensatore che vuole offrirci una originale visione di comprensione di noi stessi in rapporto alla realtà.

Il percorso della sua vita ne è la prova. Le sue prime esperienze sono, per usare un termine corrente, normali; giovanissimo, partecipa alla seconda guerra mondiale, anche in Europa; prosegue i suoi studi a Parigi, alla Sorbona, quindi si laurea al Trinity College di Dublino, per poi specializzarsi a Zurigo al C. G. Jung. Institute. Per circa vent’anni prima di tornare negli Stati Uniti, ha vissuto in Europa e ciò ha un suo non trascurabile riflesso.

È ovvio poi che se si vuole ricordare la grandezza di quest’autore, non ci si può esimere da riflessioni critiche. Prendendo spunto da un suo libro Cent’anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio, scritto quando aveva scorto il limite del rapporto terapeutico terapeuta – paziente, non si può non osservare che anche quando si veste da filosofo ampliando l’orizzonte del suo pensiero dal male dell’individuo al male del mondo, Hillman stesso può andare incontro ad un secondo limite. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo caratterizzato da crisi politiche ed economiche, dall’affievolirsi dell’influenza delle religioni e dallo svanire dei cosiddetti tradizionali valori “alti”, si pone l’interrogativo: possono la psicologia e la filosofia con le loro dotte e accattivanti presentazioni e divulgazioni, dare un reale e incisivo contributo alla coscienza individuale per l’attenuazione dei mali del mondo, oltre che alla loro comprensione? La risposta non può che essere personale.

Abstract

L’articolo, con chiari intenti divulgativi, riporta alcuni flash sulle riflessioni di Hillman/ pensatore, che ha saputo coniugare la sua attività di psicanalista con la capacità di individuare un tesoro da scoprire nella cultura del mondo classico. Vengono presi in esame tre suoi volumi: L’anima del mondo e il pensiero del cuore; Il codice dell’anima; La forza del carattere. Nel primo vengono, tra l’altro, evidenziati alcuni concetti che spiegano come la psicanalisi sia tributaria dei pensieri di alcuni filosofi dell’antichità. Nel secondo si parla della sua celebre teoria della ghianda e del rapporto tra il male dell’individuo e il male del mondo. Nel terzo, che può essere considerato un sano viatico per la fase finale della vita, si sottolinea come l’invecchiamento può essere considerato un momento ancora creativo, finalizzato alla riflessione e alla definitiva scoperta del proprio carattere, anche al fine di lasciare un buon ricordo di sé.

Si può uccidere anche una locomotiva

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 14, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2012 – Estratto

La letteratura dell’ottocento ha lasciato indelebili ritratti di figure femminili in cui si coniuga il binomio amore e morte in senso reale e simbolico: tentando una elencazione non certo esaustiva, nella letteratura russa balzano in primo piano le figure di Anna Karenina e di Emma nella Sonata a Kreutzer, descritte da Tolstoj. Nella letteratura francese, le figure di madame Bovary di Flaubert, di Eugenie Grandet di Balzac, e di Christiane, in Mont-Oriol di Guy de Maupassant.

Per la necessità di rispettare gli spazi editoriali, circoscrivo il vastissimo possibile campo di trattazione e mi limito all’esame di un romanzo della letteratura francese della seconda metà dell’ottocento, in realtà non conosciutissimo: La bestia umana.

In questa fase storica, epoca che non aveva ancora visto la nascita della psicoanalisi ricorreva frequentemente negli scrittori francesi (in genere esponenti del realismo e del naturalismo) il tema dell’uccisione della donna. Più tardi con S. Freud e C. G. Jung il tema sarà ampiamente visitato e approfondito soprattutto in chiave psicologica e simbolica.

Uno dei libri secondo me più rappresentativi al riguardo è La bestia umana di E. Zola, romanzo dall’architettura complessa. La trama, che nella sintesi potrà anche apparire quasi un feuilleton della peggior specie, configura invece, nel suo testo integrale, un intreccio sorprendente e affascinante. Nel romanzo infatti l’autore riesce – in una costruzione narrativa incalzante – ad approfondire la psicologia e le più recondite e contraddittorie sfumature caratteriali dei personaggi, mentre la successione degli avvenimenti appare ben scandita e avvincente. Per dare un esempio al lettore delle suggestioni derivanti, il dipanarsi dei fatti appare accompagnato e quasi ritmato dal rumore prodotto dalle ruote di una locomotiva nello sferragliare sulle traversine.

La bestia umana è ambientato a Parigi e in alcune città della sua provincia alla fine del Secondo Impero, ed è dedicato alla ferrovia inquietante macchina-femmina (chimera che riunisce in sé la donna e la bestia) dal ventre incandescente e vorace, grande avvenimento economico e simbolico di quegli anni così entusiasticamente fiduciosi delle magnifiche sorti e progressive.

La protagonista–macchina è, appunto, la locomotiva (che ha un nome di donna: Lison), mentre il nome della donna reale è Severine; giovane orfana accolta ed educata nella famiglia di un alto borghese, il giudice Grandmorin, che la stupra, lei sedicenne.

L’intreccio della storia prende corpo quando, anni dopo, ella confessa al marito, Roubaud, la violenza subita e nel tempo continuata in una relazione, che lei autonomamente ha comunque deciso di troncare; il marito, rude e violento ama possessivamente la moglie, e dopo la rivelazione del tradimento, sconvolto, vede la vendetta come unica possibilità di sopportarne il peso. Programma così l’uccisione del magistrato, oramai anziano, che peraltro lo ha aiutato nella carriera interessandosi per farlo nominare vice capostazione.

Roubaud, pretende la complicità della moglie nell’omicidio sia perché la ritiene in ogni caso responsabile, sia per mantenerla legata a sé nella condivisione dell’azione scellerata. Roubaud mette a punto un piano e compie il delitto sul treno nel tragitto da Parigi a Le Havre. Fanno da contorno e si incastrano con la storia principale altre vicende collaterali, nel cui ambito si assiste ad altri tragici fatti, come l’assassinio di una donna da parte del marito avido del suo denaro, la morte di un’altra giovanissima, Louisette, anch’essa vittima del giudice e il tentativo di uccisione di Severine da parte di un’altra donna, Flore, che, gelosa della protagonista, non avendo raggiunto il suo scopo, si suicida.

Insomma una vera e continuata orgia di morti e uccisioni di donne.

Abstract

L’autore dell’articolo, dopo aver ricordato casi antichi e recenti di uccisioni di donne, prende in esame uno dei libri della letteratura francese dell’ottocento più rappresentativi al riguardo: La Bestia umana di E. Zola. In un periodo storico di intensa fede nel progresso, una delle cui manifestazioni è la ferrovia, Zola racconta la storia dell’uccisione di due entità femminili: la locomotiva, macchina-femmina che riunisce in sé la donna e la bestia e Severine, la giovane donna protagonista del romanzo. Entrambe accomunate nell’unico destino. In una trama complessa dal ritmo incalzante cadenzato dal rumore della macchina sulla strada ferrata, si consuma l’uccisione di Severine da parte del suo amante, Jacques, che non sa resistere al suo perverso ancestrale impulso di assassinare la donna che ama. La metaforica uccisione della locomotiva è provocata da un’altra donna – Flore – che, amando non riamata Jacques, fa deragliare il treno per uccidere la rivale e l’amante che non può essere suo, nel folle ma umano pensiero: o mio o di nessuna. Quindi, non essendo riuscita nel suo intento, si suicida. In anni in cui la psicoanalisi non è ufficialmente ancora nata, magistrale è la descrizione di Zola dei più reconditi contradditori impulsi dell’animo umano sull’eterno tema di amore e morte.

Il dio Denaro

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 13, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2011 – Estratto

È abbastanza scontato affermare che la maggiore disponibilità di denaro a disposizione della gente rispetto alle passate generazioni ha comportato una auspicata, opportuna crescita del benessere, che si è tradotta in una maggiore civiltà anche con benefici effetti sul piano democratico e culturale (le persone leggono di più e sono più informate); ma questa maggiore quantità di denaro ha comportato al tempo stesso un aumento dell’omologazione consumistica, quasi un bisogno collettivo coatto di avere, di mostrare: viviamo nella società dello spettacolo, al punto tale che se – per effetto del principio di imitazione – non ci si può uniformare ad un certo livello di consumi ‘visibili’, se ne avverte la mancanza e quasi ci si sente in colpa per non aver avuto la capacità di procurarseli. E tutti sanno che questo è il meccanismo alla base dell’economia di mercato consumistica: questo sistema utilizza molteplici vie, anche subliminali, per alimentare il processo; con la conseguenza tra l’altro che, malauguratamente, la bramosia indotta di denaro, rischia di far proliferare non solo fenomeni di delinquenza individuale ma anche e soprattutto quella organizzata, tipica del nostro paese, come mafie, ndranghete e così via.

Il denaro dunque presenta una duplice polarità: è connesso col bene e col male, con Dio e con il diavolo e “ha effetti sulla coscienza e sull’inconscio”.

Nell’attuale congiuntura economica in cui per la maggior parte delle persone si è ridotto o arrestato il processo di aumento della disponibilità del denaro, si impone dunque una riflessione. Una riflessione complessa (che qui possiamo soltanto accennare) sul nostro io, e sulla coerenza tra le nostre idee e i nostri comportamenti; muovendo dal nostro ‘particulare’ proviamo a tener conto anche dell’universale.

Intanto, come punto di partenza non si può ignorare che stiamo assistendo a movimenti in atto nella storia di nazioni e popoli che aspirano giustamente a condizioni morali e materiali di vita più dignitose, e che il procedere di questi movimenti, pur con battute d’arresto, è inevitabile.

Ora questa realtà bisogna sempre averla presente, perché se si ritiene che gli uomini sulla faccia di questa terra, pur con le loro differenti individualità ed identità da salvaguardare, siano uguali nei sentimenti, nelle gioie e nei dolori, e quindi compaterticipino di una pari dignità di base, non è razionalmente tollerabile che l’opulenza di alcune parti di mondo si traduca in difficoltà materiali di vita per le restanti parti (che in realtà sono la maggioranza); disparità oggi verificabile che non consente ad alcune parti di mondo non solo una esistenza minimante decente ma talvolta impedisce anche la nuda vita.

Questa è un’ottica umanitaria laica, ma su di essa non ci dovrebbero essere fraintendimenti perché anche il Dio d’amore del nostro Cristianesimo e le religioni del resto del mondo ce la impongono.

È un discorso scivoloso e complesso che ha anche conseguenze e riscontri sull’assetto socio-politico del mondo occidentale, con effetti che generano intolleranze e chiusure. Più o meno coscientemente, da parte di molti si ritiene infatti che il livello di benessere materiale raggiunto, se non è possibile incrementarlo, sia quanto meno da difendere con le unghie e coi denti ad ogni costo, perché il danaro sembra esser diventato il metro di misura della realizzazione della persona, inteso ”sia come potere di avere, sia come potere di essere.”

Ma ne siamo veramente sicuri? E siamo veramente convinti che per quelli tra i paesi occidentali che hanno raggiunto un livello accettabile di vita, la crescita economica – per come fino ad oggi si è realizzata – sia un progetto irrinunciabile da perseguire, e non sia piuttosto un falso obbiettivo? Non è possibile ignorare che in passato lo sviluppo economico è servito a realizzare solo in parte l’auspicata equità sociale; è dato assodato che negli ultimi decenni le differenze tra ricchi e poveri sono in realtà aumentate. E se dunque per le vigenti e condivisibili leggi dell’economia globale la crescita resta postulato irrinunciabile, dovrebbe prevalentemente essere orientata alla riduzione delle disparità esistenti.

Sorge infatti il ragionevole sospetto che l’aspirazione ad una maggiore disponibilità economica – nel singolo – nasconda piuttosto il desiderio di alimentare la propria visibilità/successo, (quanto suggerisce il demone del potere-danaro), per coprire a livello personale grosse carenze di realizzazione a livello interiore personale, e/o anche situazioni depressive nascoste o latenti.

Abstract

In tempi in cui vacilla la credenza nelle religioni tradizionali e sono venuti meno gli antichi valori che regolavano gli assetti familiari, si manifesta una nuova ‘deità’, il denaro, che presenta una duplice polarità: Dio o demone. Se il denaro è stato fattore propulsivo per il progresso della civiltà, al tempo stesso rischia di divenire un obbiettivo fine a sé stesso, per nascondere carenze di realizzazione a livello personale o anche situazioni depressive. Solo un equilibrato sviluppo psichico dell’individuo può garantire la giusta valenza da dare a questa nuova’ deità’.

Quale attualità per il peccato?

(con Simonetta Putti), in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 11, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2008 – Estratto

La prima – superficiale – impressione potrebbe essere quella che parlare di peccati sia argomento un po’ antiquato, che il tema evochi oscure atmosfere chiesastiche dove il prete dal pulpito, o nel suo ruolo di catechista, tuonava contro i pericoli di cadere in tentazione, evocando terribili immagini di fuoco eterno. Pensiamo a Savonarola…, ma anche all’educazione sperimentata nelle scuole cattoliche, forse sino a quaranta anni fa.

Ogni mattina, quando apriamo il giornale, leggiamo il mattinale dei peccati che, appunto per la loro rituale quotidianità, hanno perso forse troppo l’originaria caratteristica di male da rifuggire . Ogni giorno, dunque, abbiamo il bollettino dei casi di furti, di falsa testimonianza, di avarizia (nella forma di una ricerca smodata di ricchezza a danno di altri), di lussuria, di gola, di omicidi, di superbia e, infine, anche di accidia, peccato capitale che sembrerebbe desueto, ma viceversa è diffuso ed endemico, come cercheremo di mettere in luce.

Come si accennava, questi peccati hanno perso per lo più la loro caratteristica di nefandezza.

Di fatto, oggi, i media ci elargiscono quotidianamente una nuova fattispecie di peccati o, potremmo dire, una nuova configurazione che deriva dall’assemblaggio dei classici peccati sopra ricordati.

Vedasi ad esempio la figura del mestatore di affari ovvero del faccendiere (termine coniato da Machiavelli ): una specie ad ampia riproduzione.

Ma i quotidiani e i media c’informano anche di crisi umanitarie in atto, e diffondono ogni giorno notizie e fotografie delle guerre note e misconosciute che – in ogni parte del mondo – mai cessano di replicarsi.

Anche alle violenze e alle atrocità siamo – considerando le reazioni collettive e prevalenti – così sembra, abituati .

Parlare di peccati, pertanto, è intento attuale perché significa richiamare l’opportunità di una riflessione sul sociale, dunque sull’uomo in relazione, in rapporto all’etica, all’estetica, alla moralità … e il pensiero torna all’antichissima battaglia della Sontag contro il filisteismo, la superficialità, l’indifferenza.

Una delle ipotesi che formuliamo è questa: può essere l’indifferenza – come opacità della sensibilità e della percezione – uno dei peccati gravi del nostro tempo?

Già di primo acchitto registriamo che nel comune sentire si assiste a una sorta di derubricazione di gravità dei tradizionali peccati sopra elencati. Nella realtà di oggi nessuno si sentirebbe più di attribuire un forte discredito sociale ai peccati di gola, di lussuria, di avarizia, di falsa testimonianza, (pensiamo solo all’evasione fiscale), di superbia, di accidia. Resta, è vero, l’esecrazione forte dell’omicidio, ma di frequente si ha l’impressione che anche questo peccato/reato non venga solo condannato in sé, ma sia anche l’occasione strumentale per parlare d’altro e raggiungere fini diversi: a livello dei mass media si tratteggia spesso, con tinte forti, il quadro socio–economico e si indugia nel voler reperire in quel sostrato la più parte delle motivazioni o spiegazioni, mentre non si cerca di indagare a fondo le motivazioni individuali e le cause prossime scatenanti dell’atto (pensiamo che, nella più parte dei casi di omicidio e di suicidio, si parla – genericamente e dunque impropriamente – di depressione; solo di recente per i casi di madri figlicide si è per così dire riscoperta, e riportata all’attenzione, la depressione post partum). In generale tale distorsione dell’informazione appare motivata da una convenienza politica (pensiamo agli omicidi di terrorismo e di mafia) e/o ideologica, talvolta influenzata da un diffuso perdonismo che paradossalmente e non di rado genera maggiore pietà per il colpevole/reo che per la vittima.

Perdonismo come altro peccato endemico del nostro tempo?

Questa è la seconda ipotesi: perdonismo come nuovo peccato che deriva dall’indifferenza sopra evidenziata.

Abstract

Quale attualità per il peccato?

Gli Autori si soffermano sul concetto di peccato, cercando di chiarire quale ne sia – oggi– l’attualità. Si delinea l’opportunità prioritaria di meglio delineare la fisionomia del peccato, anche distinguendola e differenziandola dal reato. Reato e peccato spesso hanno coinciso nello svolgersi temporale del sentire e del legiferare e, ancora oggi, non di rado, i due termini vengono usati in modo alternativo e non sempre congruo: viene pertanto abbozzato un quadro storico, seppur parziale e sintetico, che consenta di cogliere le trasformazioni anche epocali che hanno inciso sul sopradetto sentire. Si formula l’ipotesi che ci siano – nel nostro tempo – nuove forme di accidia, rintracciabili nell’indifferenza come opacità percettiva e nell’intorpidimento della sensibilità rispetto agli accadimenti del Mondo interiore ed esterno. Il perdonismo – come facilità al perdono indotta anche da stereotipi religiosi e sociali – può rappresentare una ulteriore fattispecie dell’attuale incapacità di andare oltre la superficie. Gli Autori auspicano la possibilità di una ritrovata e più piena sensibilità/percezione e accennano a una via percorribile per avvicinarsi a detta meta: la pausa, la riflessione, la domanda come accesso a strati profondi di Sé e dell’Altro.

Il sangue fra tradizione e attualità

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 9, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2008 – Estratto

Legami di sangue, titolo e argomento del presente numero della rivista, può secondo me per molti aspetti essere ritenuto un’endiadi: un’espressione di un concetto unitario formato da due sostantivi uniti da una congiunzione. Dalle considerazioni che di seguito saranno sviluppate emergerà come il sangue costituisce di per sé un legame sia fisico che simbolico e quand’anche, tra le tante possibili accezioni, voglia significare conflitto, pure in tal caso costituisce legame.

Sempre giocando con le parole se il sangue è legame è anche re-ligio, un collegamento cioè con un’entità superiore e da qui a dire che il sangue entra nella sfera del sacro il passo è breve.

E così l’umanità lo ha sempre interpretato. Si pensi solo alla presenza del sangue nella liturgia cattolica dell’ostia, (il corpo e il sangue di Cristo), si pensi ai giuramenti di sangue che sancivano un’appartenenza, un vincolo (ancor oggi presenti nelle affiliazioni mafiose), si pensi ai duelli all’ultimo sangue, si pensi infine alle numerose evocazioni del sangue nei testi sacri costitutivi della nostra cultura.

Nella Bibbia il sangue è alla base del patto dell’Alleanza quando Dio impone ad Abramo di procedere alla circoncisione del suo futuro figlio, legame che si sostanzia in un versamento di sangue, instaurando così una prassi perpetuata nei secoli e ancor oggi seguita. Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: sia circonciso di voi ogni maschio. Vi lascerete circoncidere la carne del vostro membro e ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi . E ancora, nell’Antico Testamento, si afferma altresì il concetto secondo cui nel sangue è la sede della vita. Alcune, tra le innumerevoli citazioni possibili: poiché la vita della carne è nel sangue… , perché il sangue è quello che fa l’espiazione per mezzo della vita guardati assolutamente dal mangiare sangue perché il sangue è la vita e tu non mangerai la vita insieme alla carne . E che concettualmente il versamento di sangue rappresenti altresì un legame anche sotto il profilo temporale lo ritroviamo nel passo dell’uccisione di Abele da parte di Caino. Se il Signore accoglie poi la richiesta di clemenza da parte di Caino gli impone un segno e gli dice anche: Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!

E i significati attribuiti al sangue nel testo più antico li ritroviamo reinterpretati alla luce dei messaggi contenuti nel Nuovo Testamento e testi collegati. Nella Buona Novella si fa specifico riferimento al sangue versato da Gesù sulla croce, (immagine forte impressa nella mente di tutti perché immortalata da migliaia di rappresentazioni iconografiche) inteso come sangue del nuovo patto: bevetene tutti perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati; patto sancito da Dio con chi crede in Cristo e rappresentato dal sacrificio del Calvario: Dopo aver cenato prese il calice dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che viene versato per voi ; chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna e io lo resusciterò nell’ultimo giorno perché la mia carne è cibo e il mio sangue è vera bevanda .

Queste ultime citazioni, indicative dell’unione spirituale realizzata attraverso l’atto fisico e simbolico del bere il sangue di Cristo, collegato alla vita eterna, se da un lato sostanziano uno degli aspetti fondamentali del cristianesimo (e sono forma della più rigorosa tradizione della liturgia del cattolicesimo), hanno lasciato una profonda traccia nell’immaginario e nell’inconscio collettivo dell’Occidente giudaico cristiano. Infatti, in questo ambito, anche in epoca di avvenuta secolarizzazione, l’idea del sangue quale simbolo potente collegato alla vita resta tuttora molto forte.

Abstract

L’espressione Legami di sangue, può per molti aspetti essere ritenuta un’endiadi: un’espressione di un concetto unitario formato da due sostantivi uniti da una congiunzione. L’Autore (indagando i diversi significati ed il senso dell’endiadi sopra detta,) parte dalla rivisitazione di passi di testi biblici, transita attraverso il pensiero di Erich Neumann, ed arriva a riflettere su alcuni fenomeni riscontrabili (coglibili) nella attuale dimensione sociale, con particolare riferimento alla società italiana. Dapprima, riflettendo sul sangue in quanto rappresentativo del legame, ne coglie in alcuni fatti storici il valore simbolico; poi ne evidenzia una ulteriore valenza, ovvero altresì il valore condizionante assunto nel corso del tempo; infine, si sofferma su alcuni comportamenti, e sugli atteggiamenti psicologici sottesi. In particolare l’Autore riflette sul fenomeno della cosiddetta adolescenza protratta, che si verifica in particolare nel nostro Paese, nel contesto dell’ambito famigliare, che talvolta diviene ostacolo al procedere fisiologico della crescita e della individuazione. Vengono così illustrati alcuni fenomeni, quali l’accentuata dipendenza e la correlata non adeguata maturazione, che caratterizzano una parte non irrilevante dei soggetti inscrivibili nella fascia di età giovanile. L’Autore rinviene nella configurazione famigliare elementi (forieri) che possono incentivare o generare i fenomeni sopra accennati: in particolare sottolinea il ruolo di problematiche individuali non adeguatamente risolte nei genitori, alla luce delle dinamiche illustrate da E. Neumann (in rapporto allo sviluppo della coscienza ed alla progressiva uscita dalla dimensione uroborica.)

L’ambiguo fascino del denaro

(con Simonetta Putti), in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 7, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2008 – Estratto

La storia del mondo è “piena” di denaro. Trenta denari sono il prezzo di un tradimento dalle tragiche conseguenze, pecunia non olet diceva Vespasiano al figlio Tito, denaro sterco del demonio secondo la religione cristiana (non così per i cristiani protestanti, anzi). Una libbra di carne chiede l’usuraio Shylock per la restituzione di un prestito in denaro secondo Shakespeare. La trasmutazione del vile metallo in oro (come dire denaro) era la dichiarata finalità degli alchimisti rinascimentali alla ricerca della pietra filosofale, ma soprattutto la maschera per poter nascondere ben altra e più approfondita indagine (non aurum vulgi…) poco gradita al potere Inquisitorio. Vile e maledetto denaro secondo taluni, dio denaro secondo altri, ma anche denaro benedetto se richiesto in chiesa con la questua a fini di carità. Denaro infine con funzione di compensazione di un danno subito nel diritto germanico anche per i reati penali (guidrigildo), così come negli assetti familiari e interpersonali a ristoro di un torto, oggi, come nei tempi dei tempi.

Il denaro appare quindi collegato alla creazione e alla soluzione di conflitti, è elemento che smuove la coscienza e l’inconscio.

Non pochi i filosofi che fin dall’antichità si sono occupati di denaro, Aristotele in primis, numericamente inferiori gli psicologi che si sono soffermati sullo specifico tema nei suoi significati profondi, restando tuttavia l’indagine speculativa su di esso prevalentemente incardinata nel profilo economico e sociologico volta ad analizzare il comportamento dell’homo oeconomicus, ed i meccanismi di circolazione del denaro nella sua rappresentazione materiale, cioè la moneta (la banconota comparirà solo alla fine del XVII secolo).

Ciò che a noi interessa in questa sede è anche fare una riflessione sul denaro non tanto come segno di valore di un bene, ma come rappresentazione del ȁne”, ed a volte del “male”, in rapporto all’uomo.

Abstract

Simonetta Putti – Roberto Cantatrione

Il fascino ambiguo del denaro

Gli Autori presentano alcune riflessioni sul denaro, cogliendone primariamente la valenza ambigua, ben esemplificata dall’esser il denaro divenuto – da mezzo – fine. Il denaro si pone in effetti come oggetto mercuriale e polisemantico sia in una prospettiva storica, sia in una prospettiva psicologica e atemporale. Gli Autori compiono un sommario excursus sul denaro sottolineandone – diacronicamente – la duplicità della natura e dell’utilizzo, ed evidenziando le correlate, e talora opposte, percezioni e credenze. Vengono poi sottolineati alcuni comportamenti denaro–correlati caratterizzati non solo da ambiguità e ambivalenza, ma non di rado anche da autolesionismo. Gli Autori, evidenziando che tali comportamenti contraddittori e talora autodistruttivi sono divenuti man mano più frequenti negli ultimi venti anni del millennio appena decorso, ne rintracciano una radice nel cambiamento della struttura psicologica delle due ultime generazioni oggi osservabili. Cambiamento strutturale che vede frequentemente un arresto a fasi narcisistiche e non consente la strutturazione di un Super Io, nella primaria valenza di istanza morale e normativa. A sua volta, detto cambiamento può essere legato ai mutamenti del ruolo genitoriale, intervenuti dopo la svolta epocale del 1968: spesso, infatti, la generazione che ha vissuto il 1968 – nel timore di configurarsi come autoritaria – ha in gran parte abdicato dal ruolo genitoriale, inteso come trasmissione di valori, norme e divieti. Gli Autori indicano una via possibile e transitabile in un percorso individuale di crescita e maturazione: nella rinuncia alla dimensione di onnipotenza, nel recupero/acquisizione del senso del limite e delle correlate dimensioni di colpa e di responsabilità.

Libertà di pensiero e stigma sociale

(con Simonetta Putti), in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 6, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2008 – Estratto

La Consulenza Filosofica e il Pensiero libero.

Approfondendo progressivamente la conoscenza dell’argomento – attraverso i testi sopra citati (in particolare traendo spunti dagli scritti di Neri Pollastri per contiguità di cultura) – ci si chiariva man mano l’intento della Consulenza Filosofica: l’obiettivo è quello di filosofare.

Raggiunta questa provvisoria tappa di chiarezza, vedevamo nel contempo aprirsi altri interrogativi, dei quali il più radicale può riassumersi nella domanda: cosa significa filosofare?

Filosofare significa molte cose … che andremo a citare, seppure brevemente; ma in sintesi estrema filosofare significa liberare il Pensiero, rendere il Pensiero libero nella misura in cui all’Uomo è dato sperimentare un Pensiero adeguatamente libero.

Nell’ottica dell’Autore sopra citato la prima cosa che può essere detta della consulenza filosofica è che essa è essenzialmente un dialogo il che vuol dire che i partecipanti, assieme e cooperativamente, producono un logos, un discorso.

L’obiettivo della consulenza filosofica è dunque il filosofare, e questo significa molte cose: principalmente, esaminare la vita del consultante, sottoporla a critica; identificarne i presupposti di significato e di valore; cercarne la coerenza e/o le contraddizioni; comprenderne le emozioni ed i valori soggiacenti; studiare i molteplici sensi delle problematiche concettuali emerse; vagliare le possibili soluzioni all’interno di comprensioni del mondo diverse; pensare gli eventi della propria vita entro una visione del mondo ampliata; mettere via via alla prova le nuove prospettive emergenti nella ricerca progressiva e sistematizzante di una nuova visione del mondo.

Una via nuova?

Notavamo che tutto questo avviene anche nel temenos analitico che costituisce il precipuo modo di operare della psicologia analitica, e che i passi sopra citati configurano – nella nostra pratica clinica – parte del percorso individuativo auspicato da C. G. Jung.

Per Jung il processo di individuazione (inteso come meta tendenziale verso la quale tendere, pur sapendo che non potrà essere pienamente raggiunta) consiste in estrema sintesi nel rendere l’Uomo In-dividuo, affrancandolo dalle strettoie e dai condizionamenti personali (consci e inconsci), nonché dalle pressioni eccessive di una dimensione sociale, che Jung denomina Coscienza e Inconscio collettivi, consentendogli di diventare “quello che è realmente” .

Ciò ben guardandosi dall’auspicare “un ideale di individualismo estremo, reazione morbosa ad un collettivismo altrettanto inadeguato. Al contrario il naturale processo di individuazione conduce alla consapevolezza della comunità umana, proprio perché ci rende coscienti di quell’inconscio che collega tra loro tutti gli uomini ed è a tutti comune. L’individuazione è un’unificazione con se stessi e, nel contempo, con l’umanità, di cui l’uomo è parte.”

Tale processo di emancipazione dagli schemi collettivi non giova soltanto alla esistenza del singolo, ma costituisce anche elemento propedeutico a che l’organizzata agglomerazione dei singoli nello Stato, anche il più autoritario, non formi più una massa anonima, bensì una comunità consapevole.

La indispensabile premessa di tutto questo è la cosciente libertà di scelta e l’autodeterminazione di ognuno. “Senza questa libertà e autodeterminazione – prosegue Jung – non c’è vera comunità e, occorre dirlo, senza una simile comunità neanche l’individuo più solido e autonomo può prosperare. Chi maggiormente contribuisce al benessere generale è proprio la personalità autonoma” .

La personalità autonoma auspicata da Jung ha – ovviamente – un’adeguata libertà di pensiero in quanto si è fatta consapevole dei condizionamenti inconsci e consci che la influenzano.

Riscontrata questa sostanziale analogia negli scopi, consideravamo altresì che la multiformità e la multidimensionalità della natura umana richiedono la massima varietà di metodi e punti di vista per rispondere alla varietà delle disposizioni psichiche .

Pertanto, il fenomeno della consulenza filosofica ben può – a nostro parere – costituire una via nuova che, ben lungi dal cancellare le strade preesistenti, va ad arricchire la mappa dei percorsi verso una progressiva libertà del pensiero.

Abstract

Libertà di pensiero e stigma sociale

Gli Autori espongono alcune riflessioni sulla Consulenza Filosofica, illustrando il percorso che li ha portati da una fase iniziale di scetticismo e perplessità ad una valutazione delle opportunità insite nella nuova prassi. Esaminati i vantaggi e gli svantaggi, i rischi ed i benefici, gli Autori si soffermano sulla opportunità costituita dalla liberazione del pensiero, essendo proprio tale obiettivo quello precipuo della consultazione filosofica. Laddove tale obiettivo venga conseguito, ne potrà derivare un indubbio vantaggio sia per il singolo consultante sia per la comunità sociale. Infatti l’uomo liberato dai pregiudizi e dai condizionamenti che ancora oggi residuano attorno alla sofferenza psicologica ed al disagio mentale, potrà liberamente guardarsi, prendere atto del proprio eventuale malessere e decidere di prendersene cura affidandosi allo specialista del caso. A livello sociale, potrà esserci un effetto di rimbalzo positivo nella maturazione di una etica della responsabilità e della chiarezza, con indubbi benefici sulla possibilità di affrontare la sofferenza psicologica senza la tema dello stigma connesso.

Simonetta Putti – Roberto Cantatrione

Breve racconto di una lunga psicoterapia

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 5, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2007 – Estratto

L’Intercity partito da Roma con destinazione Milano era in viaggio da una decina di minuti quando il signore seduto di fronte a me immerso fino a quel momento nella lettura aveva messo da parte la mazzetta di quotidiani che teneva in grembo e aveva prelevato da una cartella quello che poteva sembrare un libro o un grosso quaderno. Apertolo nelle ultime pagine, tolta dal taschino una penna, si era messo a scrivere con calma riflessiva fino a poco prima di Firenze quando, poggiato al suo fianco il quaderno, si era appisolato. Col vociare della gente alla stazione di S. Maria Novella aveva distrattamente aperto un occhio e quindi aveva continuato a sonnecchiare. Il rumore di ferraglia per il transito sugli scambi non lo aveva turbato più di tanto alla stazione di Bologna, dove molta gente era scesa e ed altra n’era salita. Il treno stava per ripartire quando il signore, svegliatosi di soprassalto, aveva frettolosamente raccolto cartella e giornali e si era diretto con affanno verso l’uscita.

Fu arrivando a Milano che preparandomi per la discesa vidi il quaderno semi nascosto, infilato nel fianco del sedile. Il treno era arrivato in ritardo per il mio appuntamento e io, dubbioso su cosa fare, scartata l’idea di lasciare il quaderno dove si trovava, trattandosi di un oggetto di nessun valore venale che sarebbe stato gettato via dal personale di servizio, lo presi con la speranza di poter trovare al suo interno un recapito per poterlo restituire. Quando la sera aprii quel quaderno nessuna indicazione mi fece risalire al suo proprietario; era un quaderno piuttosto grosso, con una spessa copertina disegnata con segni geometrici colorati, formato da pagine a quadretti, quasi completamente riempito con una grafia piccola, regolare anche se alcune parole non erano di facile decifrabilità: sarebbe stato necessario addentrarsi nel contesto del discorso.

Mi resi subito conto che si trattava di un diario, ma solo dopo un’attenta lettura che mi prese diverso tempo realizzai che era un diario particolare e particolareggiato di una vita segnata dalla psicanalisi e da un lungo pur se interrotto percorso di terapia analitica.

Del contenuto di questo diario vi riferisco come fosse un racconto, con una personale partecipazione perché le tematiche esistenziali dell’autore hanno punti di contatto con le mie così come il suo itinerario psicoterapeutico. Sotto un altro profilo questo diario può essere una testimonianza di un’epoca e getta una luce su come si è evoluta negli ultimi cinquant’anni la pratica psicoanalitica.

Abstract

In questo scritto – inconsuetamente osservati dall’ottica del paziente e non da quella del terapeuta – si dipanano e scorrono i fili che legano l’essere e il divenire, attraverso la catarsi attivata e catalizzata dal rapporto analitico. Il ritrovamento casuale di un diario offre l’occasione all’Autore di illustrare come si è evoluta la pratica e il vissuto della psicoterapia nell’arco di un quarantennio, anche in concomitanza con i mutamenti della società. Da una prima esperienza di psicoterapia d’appoggio, si passa a parlare di una analisi del profondo, che ha attivato un percorso di individuazione, e che ha avuto la sua provvisoria conclusione in una terapia analitica che ha elicitato le capacità creative già presenti nell’inconscio ma sino ad allora non ancora attualizzate.

Comunicazione e relazione

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 4, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2007 – Estratto

Non si riflette mai abbastanza su come l’ambito del lavoro (dipendente) sia uno di quelli dove si scatenano forme di terribile aggressività e dove esiste pochissima libertà di comunicare sinceramente e in modo diretto il proprio pensiero.

Il capo dà ad un suo collaboratore una direttiva che ha come contenuto un fare. I casi sono due: l’ordine è sbagliato oppure giusto e il destinatario dell’ordine non lo vuole eseguire o perché ritiene la direttiva ingiusta o sbagliata, o, nel caso in cui la direttiva sia giusta, trova difficile eseguirla. Se il rapporto tra i due interlocutori fosse sano, laddove si riscontra una resistenza, se ne parla e si raggiunge un accordo condiviso, tenuto conto che un lavoro fatto senza convinzione e quindi con poco impegno non sarà mai fatto al meglio.

Ma il più delle volte le cose non sono così semplici. Si deve tenere conto che il rapporto interpersonale si è costruito nel tempo; ambedue gli interlocutori si portano dietro una reciproca considerazione dell’altro, nel senso che non è infrequente che l’assegnazione di un compito e il rifiuto a farlo siano forme di metacomunicazione, cioè una modalità in cui prevale l’aspetto relazionale: da un lato con il messaggio di fare si vuole, ad esempio, anche trasmettere una volontà punitiva, dall’altro con il rifiuto si esprime, ad esempio, la volontà di non riconoscere l’autorità.

Dunque, in caso di resistenza ad un ordine, giusto o sbagliato che sia, scatta il potere gerarchico: questo lo fai perché te lo dice il capo e basta. La prevalente reazione possibile è che il lavoro lo si esegua, ma s’ingenera nel prestatore di lavoro una forte sensazione di frustrazione.

La frustrazione poi può nascere anche dal fatto che non si è stati in grado di spiegare le ragioni per le quali il lavoro non doveva essere eseguito, magari perché la barriera burocratica alzata dall’assetto di potere non lo ha consentito e, in quest’ultimo caso, il destinatario dell’ordine si sente ancora maggiormente frustrato. Come si supera talvolta l’impossibilità comunicativa verbale di esprimere il proprio disaccordo in questi casi?

Con un comportamento tipico: l’assenza dal lavoro (per malattia o altra causa giustificabile) e porsi così in una condizione di rifiuto con una comunicazione comportamentale. Nel lavoro dipendente questa pratica è piuttosto diffusa e gli uffici del personale sono particolarmente attenti a verificare che il dipendente non abusi della possibilità di assenza prevista e giustificata “per malattia”.

Abstract

Prendendo principalmente spunto dalle indicazioni della Scuola di Palo Alto (Paul Watzlawick) e dalle linee portanti della P.N.L. (Richard Bandler, John Grinder) si delineano le diverse vie che la Comunicazione può prendere. Si osserva la diversa incidenza e rilevanza che nel messaggio assumono – a livello del ricevente – i tre livelli comunicativi: verbale, paraverbale, non verbale. Viene presentata ed esemplificata una sintetica fenomenologia della Comunicazione, toccando i temi della congruenza/incongruenza, dei comportamenti sostitutivi, della relazione tra comunicanti, del cambiamento possibile. Una chiave di spiegazione delle difficoltà di comunicazione può essere trovata laddove una delle quattro funzioni psichiche Junghiane (pensiero, sentimento, intuizione e sensazione), in posizione prevalente a livello conscio, debba comunicare con la funzione opposta a livello inconscio.

Una fantascienza per il limite?

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 57, Roma, Di Renzo Editore, 2005 – Estratto

La trattazione del tema della fantascienza da parte della letteratura e della cinematografia è in genere caratterizzata da elementi comuni ricorrenti. Anzitutto il verificarsi di un evento drammatico per l’uomo o per l’umanità, oppure la volontà dell’uomo di realizzare un qualcosa di straordinario e perciò difficile, utile per sé e o per il genere umano. Nel primo caso la drammaticità dell’evento impone la necessità di eliminarne le conseguenze, pena la morte; nel secondo il conseguimento dell’obiettivo ha come risultato una nuova vita; il che è, specularmente, quasi la stessa cosa.

Il secondo elemento è dunque il dilemma vita – morte.

Terzo elemento è il tempo, generalmente coincidente con la vita umana, verificandosi tuttavia, in molti racconti, la dilatazione di quell’arco temporale in relazione a scoperte scientifiche o a concezioni Einsteiniane dello spazio- tempo.

Ogni costruzione fantascientifica è, evidentemente, rapportata all’uomo, ai suoi principi, ai suoi valori ed è questo l’elemento che “fa la differenza”. Va da sé che l’elemento comune per definizione è l’uomo, il quale – nel processo creativo della sua attività – si avvale di scienza e fantasia. Gli elementi costituenti la tematica in oggetto, elementi ricorrenti, potremmo dire necessari, sono, dunque:

  • L’evento (da cui tutelarsi o da conseguire)
  • Il dilemma vita / morte
  • Il tempo
  • l’uomo come soggetto che esperisce/subisce/inventa…

Un altro elemento che quasi sempre caratterizza i racconti di fantascienza è la paura, il terrore, generati da un qualcosa di oscuro, minaccioso, incontrollabile e incombente che va a turbare e confondere la coscienza, rendendo difficili reazioni adeguate. Ciò in quanto, appunto, il verificarsi dell’“evento” va a scardinare sicurezze acquisite e fa sprofondare l’uomo nelle sue drammatiche paure originarie. Come se fosse riproiettato nel caos primordiale dove fa fatica a ritrovare l’“ordine” per una reazione cosciente.

Per Aldo Carotenuto,7 il viaggio tra le immagini inquietanti proposte dalla Fantascienza può ben rappresentare un viaggio attraverso le lande più oscure e spaventose dell’anima e l’addentrarsi in tali immagini “consente, tuttavia, di svelare e comprendere tanto le angosce a cui la psiche è soggetta, quanto il loro significato e progetto di trasformazione.”

L’uomo si viene così a confrontare col binomio bene – male, laddove il bene è la vita e il male è la morte. Ma il conflitto è sempre perdente per l’uomo perché anche se i suoi tentativi di esorcizzare il male hanno successo, la fine della sua vita è comunque sempre incombente e, in definitiva, vincente.