Gli italiani e il briccone politico

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 52, Roma, Di Renzo Editore, 2002

Uno tra i primi bricconi, il briccone divino per antonomasia, fu Ermes che, ancora in fasce, rubò con l’inganno alcuni buoi a suo fratello Apollo. Quando fu scoperto, davanti al consesso degli dei dell’Olimpo, negò tutto e si mise a suonare la lira che aveva appena costruito dal guscio di una tartaruga. Apollo appena sentì quella musica soave lo perdonò e si mise a ridere affascinato sia dalla musica ma anche dalla sua spudoratezza e Zeus, ridendo anche lui di quell’impresa compiuta da un bambino ma già così a-stuto, lo nominò messaggero degli dei e come tale divenne anche il dio dell’eloquenza; il termine ermeneutica, l’arte dell’interpretazione, ha la sua etimologia proprio in Ermes. Per le sue doti di bugiardo rappresentò il dio dell’astuzia, della frode e del furto, del trasformismo, ma fu anche il muc-chio di pietre che indicava la strada nei bivi o il confine tra due terreni e per le sue qualità Lopez-Pedraza ne fa il signore degli aspetti borderline della nostra psiche. Tutti questi attributi si possono facilmente riconoscere anche nel nostro italico briccone politico.

Per Jung il briccone è un immagine primordiale, un archetipo del no-stro inconscio, una delle tante caratteristiche della parte oscura della nostra personalità che chiama Ombra, ma che spicca in certe persone e che le può far diventare agli occhi degli ingenui delle figure salvifiche, proprio a cau-sa di quei molteplici e contraddittori aspetti che vengono esaltati nel loro rapporto con il popolo. A proposito degli attributi dell’ Ombra e della ne-cessità di portarli alla luce, durante una conferenza tenuta alla BBC il 3 novembre 1946 sull’ascesa al potere di Hitler, disse che un capo si può fa-cilmente trovare in colui che abbia “…la minor forza di resistenza, il più ridotto senso di responsabilità e, in conseguenza della sua inferiorità, la più forte volontà di potenza”. Per evitare che ciò accada ogni uomo dovrebbe raggiungere una autonomia di giudizio ed una propria sensibilità etica, e-laborando continuamente nell’arco della vita il confronto con l’Ombra, che Jung riteneva parte fondante del processo di individuazione.

Tra gli italiani ed il briccone si è instaurata quella che Watzlawick, Beavin e Jackson hanno chiamato “interazione simmetrica”, e cioè il ri-conoscimento di uno nel comportamento dell’altro tale da condurre ad una perversa folie à deux in cui i membri sono spinti ad influenzarsi recipro-camente, ma soprattutto in cui la personalità carismatica di uno di essi rie-sce a suggestionare l’altro e ad allentare le sue tensioni ed il suo pensiero critico, avocando su di sé quegli aspetti negativi ritenuti riprovevoli dalla comunità e trasformandoli nel loro opposto.

La storia dell’uomo avanza di pari passo con questi personaggi, in al-cuni gli attributi del trickster possono avere uno sbocco positivo e portare le nazioni al cambiamento, in altri il fine meschino che li sottende le con-duce verso il disastro. La caratteristica forse più saliente è il loro narcisi-smo. Il leader narcisista come ci ricorda Kohut vive la società circostante come parte di sé stesso, e non sopporta che alcuni gruppi politici o sociali non condividano le sue idee e, anzi, non ne siano entusiasti, questo fatto è per lui inconcepibile e la sua azione politica è consacrata soprattutto al ri-durre in silenzio quelli che non la pensano come lui. Il nostro italico bric-cone da un lato utilizza la sua potenza mediatica per far sapere agli italiani che è il salvatore della Patria, l’uomo del destino, il risolutore di ogni pro-blema, un grande statista, ma dall’altra non riesce a trattenere il suo lato nascosto, bricconesco, e si rivela ora come un despota che cerca di risolve-re solamente i propri problemi, ora come un bambino sorpreso con le dita nella marmellata che fa gli sberleffi a quanti lo hanno ritenuto un grande leader o un bonario papà. Ma è proprio questa sua doppiezza che affascina tanto gli italiani e a proposito delle sue capacità camaleontiche ben gli si adatta questa storiella sull’infanzia di Krishna che, sorpreso dalla madre Yasoda mentre rubava il burro di casa, le rispose: “Non stavo rubando il burro, mamma. Come avrei potuto farlo? Non è forse nostro tutto ciò che è in casa?” .

Ma perché gli italiani sono così affascinati da questo personaggio?

Il briccone politico è il rimosso degli italiani e rappresenta quello che essi odiano ed ammirano ma che non hanno il coraggio di manifestare, il loro complesso di inferiorità diventa così quella volontà di potenza che il leader assume su di sé e che riesce facilmente ad esprimere. Il rimosso è costituito da tutti quei contenuti, così penosi da riconoscere, che vengono proiettati all’esterno su altre persone e soprattutto sui molteplici personag-gi pubblici con cui poi ci si identifica, trasformando i loro lati oscuri in a-spetti positivi verso i quali è più facile avere un confronto.

L’esilio delle immagini

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 47, Roma, Di Renzo Editore, 2000 – Estratt

In “The Dead Pan”, la poetessa inglese Elizabeth Barrett Browning ci fa sentire tutto il rimpianto per la grande figura scomparsa. Ma i simboli cambiano il significante, mantenendo però costante il loro significato ed il loro potere: muore Pan e nasce il Diavolo, due facce della stessa medaglia. I contenuti della psiche, infatti, non cessavano di operare e di produrre immagini nelle nuove religioni che stavano allora nascendo. Sia in quella cristiana che in quella islamica esse ebbero alterne vicende e furono considerate con sospetto se non del tutto rifiutate. Entrambe si rifacevano all’ebraismo che vietava in modo assoluto di raffigurare l’entità divina, anche se, un esempio fra molti, il Cantico dei Cantici riesce ad evocare con la sua espressione poetica, meglio di qualsiasi arte figurativa, le più sublimi immagini umane e divine. In questo contesto la Chiesa di Bisanzio ripudiò tutte le immagini religiose che a quei tempi i monaci conservavano nei loro monasteri e da allora furono considerate come un’esperienza inferiore. Soltanto nel 787 con il secondo Concilio di Nicea, si risolse la diatriba tra fautori (iconoduli) e detrattori (iconoclasti) delle immagini, con la loro, seppur non definitiva, legittimazione all’interno del Cristianesimo nel frattempo influenzato più dalla cultura visiva della Grecia antica che dalla cultura della parola della religione ebraica.

L’Anima fa Arte intervista Amedeo Caruso

IN QUESTA INTERVISTA CURIOSA ED INTERESSANTE CI IMMERGEREMO IN UN LUOGO SINGOLARE, UN LUOGO DELL’ANIMA E DELLE PROFONDITÀ. PER ARRIVARE SINO IN FONDO A QUESTE PROFONDITÀ ABBIAMO DOVUTO SCENDERE ALCUNE SCALE E CI SIAMO RITROVATI A GIROVAGARE ALL’INTERNO DI CUNICULI MODERNI, FONDACI MISTERIOSI, GIUNGENDO DI FRONTE AD UNA PORTA PICCOLA E IN METALLO. APERTA QUESTA PORTICINA CI SIAMO RITROVATI DENTRO LA “STANZA DEL TESORO”. UN LUOGO CALDO ED ACCOGLIENTE, SINTESI DI CULTURA OCCIDENTALE E ORIENTALE, CURATO NEI MINIMI PARTICOLARI E DAL QUALE SI EVINCE UNA DEDIZIONE AMABILE PER IL MESTIERE PIÙ BELLO DEL MONDO: LO PSICOANALISTA . IL LUOGO MISTICO NEL QUALE SIAMO ENTRATI È LO STUDIO DI AMEDEO CARUSO, “PORTA-PSICHE” DELLA PSICOANALISI ITALIANA.

 

L’amore non muore mai: mi sembra un bellissimo incipit soprattuto perchè muore continuamente per poi risorgere. Henri de Régnier ha scritto, naturalmente prima che Verdone intitolasse così il suo film, che “L’Amore è eterno finchè dura”.
Un altro aspetto che mi viene in mente osservando quest’immagine è che nel mio lavoro vedo spesso persone che vampirizzano gli altri, e non in senso positivo. Persone che richiedono sempre trasfusioni di sangue, senza dare mai nulla in cambio.
Il film rappresenta la figura di Dracula che tanto appartiene all’immaginario collettivo. Mi ricordo ad esempio il Nosferatu di Murnau, dove il vampiro viene annullato dalla forza dell’amore, o anche The Addiction di Abel Ferrara, forte metafora sulla presenza del Male nel mondo. L’amore ha una grandissima potenza traformativa.
Secondo me l’aspetto della non-morte non è attuale, mi si perdoni il bisticcio di parole, perchè è sempre stato attuale cioè non è mai stato abbandonato dal nostro immaginario.
Anche molti dei supereroi che hanno preso forma in campo cinematografico sono “non-morti”, o perlomeno si rinnovano attraverso figli reali o putativi.

Devo confessarvi che preferisco il cinema fatto di dialoghi e di invenzioni rispetto a quello fatto di effetti speciali. Mi viene in mente l’argomento della violenza nel cinema e penso che oggi (03\2013) siamo proprio in tema: vedo una pistola e penso all’episodio di cronaca di Pistorius, l’atleta invalido che ha ucciso la sua donna.
Animus e Anima devono andare d’accordo, e dobbiamo riconoscere che ultimamente l’Animus di questa società è stato un pò malevolo. Questo argomento è stato espresso saggiamente dal professor Zoja in uno dei suoi ultimi libri.

Come saprete V per Vendetta è tratto da un fumetto.I francesi si sono applicati anche nella “psicoanalisi del fumetto”. Penso a Serge Tisseron, che ha scritto un delizioso libretto intitolato “Psychanalyse de la bande dessinée”. Qui parliamo di una vendetta contro la cattiveria politica, contro coloro che vogliono farci del male. Stéphane Hessel ha scritto a novantatré anni il libricino “Indignez Vous” che mi piace molto. Suggerisce ai giovani di indignarsi contro le malefatte di ogni potere, e subito dopo ha scritto un altro libro intitolato “Impegnatevi”. È un chiaro messaggio alle generazioni future, dall’indignazione bisogna passare all’impegno.
In questo film non si trova una soluzione pacifica, ma io preferisco le soluzione pacifiche. Le soluzioni aggressive, verso il male, le preferisco solo immaginate perchè il cattivo è dentro di noi, altrimenti non avremmo imparato nulla dalla lezione psicoanalitica.
Ogni volta che ho un istinto aggressivo devo capire chi è l’aggressore dentro di me. I pazzi violenti senz’altro vanno puniti ma, soprattutto, vanno curati. Il peccato più grave è sicuramente l’indifferenza.
Bisogna indignarsi per ritrovare la dignità umana e la libertà.
Chiesero a Jung nel ’48 cosa si fosse dovuto fare fare per migliorare i rapporti tra le persone nel dopoguerra, così lui scrisse, insieme ad alcuni suoi collaboratori, una relazione di cento pagine che successivamente divennero una cinquantina. Cercò di scriverla nel modo più semplice possibile. In sintesi, all’interno di questa piccolo saggio, suggerì di lavorare “semplicemente” su sè stessi.

L’archetipo dell’archeologo è per noi psicoanalisti fondamentale.
Freud è stato un po’ come Indiana Jones, che scava nelle profondità alla ricerca di tesori e che riscopre sorpattutto gli aspetti del puer. È un film molto intrigante e pieno di avventura, che ci mette a contatto con i nostri desideri di conoscenza e le nostre aspirazioni di risolvere i misteri.

Unchained: “senza catene”, ma dobbiamo anche dire “scatenato”. Anch’io senza catene mi sento scatenato. La psicoanalisi alla fine è la ricerca della libertà. Essere liberi significa essere sani, e libero è colui che non è schiavo di nessuno.

L’etimologia di libertà deriva da schiavo

Si, schiavo delle mie idee, di qualcosa in cui credo. Montaigne afferma che è libero solo chi non è schiavo di nessuno e quindi non ha paura nemmeno della morte. Se perseguisco ciò che voglio sono libero. Vivo grazie alle mie passioni e quando non vivo per le mie passioni, sono già morto. Ci sono moltissime persone che hanno un lavoro o una vita che non amano. Voglio ricordare Salvo D’Acquisto che, all’incirca nel ’43, si immolò per salvare venti persone dalla violenza dei tedeschi. Questa fu una scelta di estrema libertà, e non fu schiavo di nessuno ma solo della sua idea e del suo ideale. È triste quel popolo che ha bisogno di eroi. In momenti di crisi escono fuori gli istinti più bassi. Sapete che secondo alcuni sondaggi chi ruba di più nei supermercati italiani sono i poveri pensionati? Sono notizie che fanno riflettere.

Questo è un film che riguarda i sogni e la capacità di entrare nei sogni. Nei miei progetti c’è un libro sui sogni che leggerete fra un pò. E’ bello vedere quanto lontani siamo arrivati a lavorare con i sogni e da dove siamo partiti. I sogni sono sempre stati lì, non sono un tema nuovo, è stato Freud ad essere “nuovo” per come ci ha lavorato. Prima della psicoanalisi c’era la trance, lo sciamanesimo e l’ipnosi. Erano modelli curativi perchè le persone imparavano a pensare, a stare insieme e ad armonizzare le parti interiori.

Ricordo con molta nostalgia la mia esperienza come medico di bordo sulla nave da crociera Achille Lauro. Nel 1985 fui anche ostaggio dei Palestinesi quando sequestrarono la nave. Una esperienza indimenticabile! Ci ho scritto su il mio primo articolo di psicoanalisi, “La sindrome del giudizio universale”, ripubblicata di recente in “Psiche istruzioni per l’uso”.

Dalla nave sono sceso accompagnato dai miei sogni, direttamente verso la stanza di analisi di Aldo Carotenuto e catapultato sul lettino analitico… in realtà sono finito su una poltrona, non sul lettino.

Quello del medico di bordo è un mestiere molto affascinante deve durare poco, pena l’impoverimento professionale. Quel poco mi diede molto a livello personale, comprese alcune belle storie sentimentali. Ma sentivo che dovevo andare oltre. Mi mancava qualcosa a livello della vera comprensione del Paziente. Qualcosa che ho poi trovato con la Psicoanalisi.

Ho scritto molte cose su di lui nel corso della mia carriera. Ho imparato da lui l’arte della psicoanalisi.

Carotenuto è stato il mio Maestro-Paziente. Lui aveva bisogno dei suoi allievi, e per terminare il percorso psicoanalitico bisognava sconfiggerlo, e posso assicurarvi che non era semplice. Sono anche stato una specie di figlio per lui. Ricordo l’ultimo sogno che portai in analisi con Aldo: “Viaggiavo su una Rolls-Royce, seduto accanto a Carl Gustav Jung. Poi Jung ferma l’auto e mi dice: “Ora guida tu!”. E neanche dopo questo sogno il Professore voleva accettare la fine della mia analisi.

Nonostante fosse arduo sconfiggere Aldo Carotenuto, lo ringrazio profondamente perché mi ha insegnato tanto. Ad esempio mi ha insegnato che non esiste un modo univoco di fare analisi. Ogni analista ha i Pazienti che si merita e viceversa. Un grande insegnamento. Potete vedere qui nel mio studio una sua foto con dedica speciale e credo proprio di essere l’unico allievo ad averla.

Proust quando si sottopose al famoso Questionario, alla domanda sul sentimento che provava in quel momento rispose di provare noia per aver dovuto parlare di sè stesso tutto il tempo. Lasciamo perdere tutto questo narcisismo. Ho parlato di me abbastanza.

Ma a proposito di narcisismo sano, vi dico che per noi psicoanalisti questa è una dote fondamaentale, in quanto dobbiamo pensare di essere – ciascuno di noi – “il migliore”, in grado di aiutare al massimo i nostri pazienti e “il più bravo” a curare le loro sofferenze.

Elogio dell’ironia (e del mal di schiena)

Perché il cervello, specialmente la parte corticale, comincia subito a trovare cavilli, vuol controllare tutto, una burocrazia che non ti dico, per non parlare poi dei rapporti privilegiati che dice di avere con la coscienza che non si sa bene dov’è (se c’è poi) e comunque è sempre sporca. [1]
Basterebbe il ricordo del famoso aforisma di Ennio Flaiano: ”La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria” per affermare, con un gioco di parole, che l’ironia, avente come finalità il riso, è in realtà cosa serissima; che ha a che fare con la psiche dell’uomo e con la sua filosofia, essendo strumento espressivo di significati e sentimenti anche, come ci insegna Freud, inconsci. Metaforicamente- secondo me- un grimaldello per aprire la porta a un certo tipo di comunicazione.
L’ironia ha anche a che fare con l’ambiguità, e la sua irrazionalità consente talvolta di esprimere indirettamente e sinteticamente con una battuta o con gioco di parole quel che è difficile e/o non si può dire, facendo intravedere concetti complessi.
Come quando si afferma che con garbo si possono dire cose non gradite, così, ugualmente avviene con l’ironia, che realizza una distanza e attenua la durezza dei significati: l’elemento della giocosità crea un legame tra destinatario e autore, altrimenti impossibile.
Con questi pensieri per la testa, alcuni mesi fa dovendo ricorrere alle cure di una fisioterapista, mi viene da essa proposta la lettura di un volumetto dal titolo paradossalmente intrigante: “Elogio del mal di schiena” di Erasmus da Rottemback, a cura di Felice Colonna. L’ironia insita nel gioco di parole del titolo e nel nome del suo autore, non poteva non incuriosirmi; la fisioterapista mi aggiunge che il piccolo libro in questione, ( difficile da trovare nelle librerie), era stato scritto ( a cura di) dal “ suo “ fisiatra di riferimento, primario in un ospedale pubblico romano, con il suddetto pseudonimo. La curiosità diventa più viva quando mi dice il vero nome dell’autore, che scopro essere il figlio del professore di latino e greco di quand’ero al liceo, ormai ultra novantenne. Con quest’ultimo avevo mantenuto negli anni, brevi, occasionali, piacevoli conversazioni incontrandolo di tanto in tanto per le vie del mio quartiere. Conversazioni gradevolissime – ribadisco – per così dire ossimoriche, perché costui, umanista di cultura sconfinata, era uso abbinare un fare burbero e un volto prevalentemente imbronciato, ad una comunicazione verbale perennemente ispirata da una affilata, bonaria, ma talvolta anche provocatoria, ironia. Insomma era dotato di un immenso sense of umor.
Mi procuro dunque questo pamphlet caratterizzato da una leggerezza che, solo essa, consente una raffinata, seria ironia; ma non solo questo. ( E’ l’omaggio di un figlio ad un padre da cui ha assorbito, i numerosi riferimenti alla cultura classica e moderna contenuti nel libro, ma, sopra ogni cosa, la modalità di comunicazione ironica)
La trama del racconto, di Calviniana fantasia, è la seguente.
Il giovane medico Erasmus da Rottemback specializzato nelle patologie della colonna vertebrale, allievo del prof. Krankenliebe dell’Università di Curinga, nel Teutoburgo , va alla ricerca del suo maestro scomparso in una landa misteriosa del sub continente indiano dove si è recato per studiare, presso la comunità degli Adivasi sperduta nella giungla, la patologia del mal di schiena, ivi considerato come male sacro; studiando i riti locali per la terapia del mal di schiena giunge alla conclusione che la patologia in questione può rivelarsi utile, in taluni casi provvidenziale, talché tentare di sopprimerla potrebbe risultare pericoloso: impedirebbe l’ascolto dei campanelli d’allarme per malanni ben più gravi che ci lancia il nostro corpo.
Tralascio il dipanarsi della storia, tutto sommato meno rilevante rispetto al messaggio che vuol veicolare l’ autore e, soprattutto, voglio riportare, in alcuni passi, le modalità di porlo al lettore con psicologica ironia per restare nel tema del convegno.
Arriviamo al punto. L’Italia – si sa – è un paese di caste: tutti noi ne apparteniamo a qualcuna, e tra queste c’è la classe medica di cui l’autore del libro è autorevole rappresentante. Con questo delizioso pamphlet il Prof. Felice Colonna con ironica cautela parla anche degli eccessi d’interventismo a livello farmacologico e chirurgico. Ma c’è anche dell’altro.
Partendo da una dissertazione clinica oggetto della sua specializzazione, l’autore inizia a parlare dell’ernia discale: ” il disco – dice- è come il cugino scemo, quello che sta zitto e a cui vengono addebitate tutte le colpe; non vede e non sente perché non ha né vasi sanguigni né nervi, è in contatto col sistema motorio solo per via meccanica: è un volgare ammortizzatore, una stupida molla che a un certo punto per il destino cinico e baro si trasforma in uno schifoso grumo traditore; ed è ovvio che una simile infamia vada eliminata al più presto“ . Andiamoci piano, lascia intendere l’autore; “va da sé che in taluni casi particolarmente gravi si dovrà pure intervenire chirurgicamente, ma in tutti gli altri è meglio evitarlo, ovvero procedere per altre strade. ” Allora- si chiede- perché questo accanirsi con la chirurgia…. sull’ernia discale? Domanda retorica. Si provino a fare due conti sul costo di un intervento e se ne verrà facilmente a capo”. D’altra parte – aggiunge- quello di infierire sul sintomo e non sulle cause è il sistema con cui la scienza moderna ha ottenuto i suoi maggior successi, e così i trionfi della farmacologia biochimica su malattie millenarie e i parziali successi sui morbi più nuovi si devono alla ricerca del punto debole tra le manifestazioni osservabili del disturbo.
Ma vai un po’ a vedere- si chiede ancora l’autore- che la tubercolosi è stata debellata dalle migliori condizioni di vita e di lavoro piuttosto che dalla penicillina tant’è vero che nel terzo mondo non è stata mai sradicata?
Nel rappresentare i concetti, Il discorso procede- come si vede – sul doppio registro di serietà e ironia.
La narrazione, quindi, si dipana su un duplice livello: quello della storia del Prof. Erasmus alla ricerca del prof. Kranchenliebe e quello delle considerazioni dell’autore (buon conoscitore della cultura e della medicina orientali), riferite al mondo attuale. Dopo aver descritto le motivazioni per le quali nella tribù dell’India il mal di schiena è considerato “male sacro”, l’autore in tono semiserio, ponendosi il problema del Male, fornisce al lettore “ le chiavi per conoscere amare, conservare il proprio mal di schiena, imparandone a goderne i vantaggi senza troppo soffrirne le conseguenze.”
E riprende con cifra ironica a parlare degli ” Inestimabili vantaggi del mal di schiena”. Per primo l’impunità che la malattia, qualsiasi malattia, consente all’individuo. In società come pure in famiglia; l’ammalato – dice- gode del potere del folle. “ E’ libero proprio perché è limitato dal male, una libertà condizionata nella gabbia dei suoi sintomi e della sua noxa“. Continuando, l’autore si addentra in considerazioni di tipo psicologico, nonché sociali. Se “verso i malati veramente gravi occorre nutrire il dovuto rispetto, a taluno basterà un piccolo dolore… che però all’occorrenza si amplificherà quasi automaticamente per venire ammesso con effetto immediato alla categoria dei malati motorii…… .. solo il vero mal di schiena forse appena corredato da una smorfia di dolore stoicamente repressa o da una lieve accentuazione di una zoppia, può dare l’orgogliosa sicurezza per chiedere di farsi esentare dal turno più pesante, dal trasloco dei faldoni…, dal Trento – Siracusa andata e ritorno in 24 ore e via faticando.” Una malattia, il mal di schiena, che si “porta” bene in società. Alle cene eleganti e alle riunioni di lavoro si parla volentieri e senza imbarazzo del proprio mal di schiena, talvolta con orgoglio. Di nessuna altra patologia si parla in questo modo: nessuno sfoggia con disinvoltura emorroidi e varici”.
Sui vantaggi familiari – sottolinea l’autore- non varrebbe quasi la pena spendere troppe parole: si impara da piccoli una regola fondamentale: “se vuoi farti valere devi piangere e lamentarti. La malattia è un vero e proprio passepatout e lo si impara prestissimo. Il bambino sa fingere i più svariati malanni ancor prima di imparare a camminare …che il vittimismo sia da considerare un fattore genetico iscritto da milioni di anni nel nostro DNA? …Quante volte capitano nei nostri ambulatori intere generazioni di rachialgici, dalla nonna poliartrosica al figlio sciatalgico e plurioperato, per finire con la nipotina ahimè tanto carina quanto scoliotica! Ad ognuno la sua patologia, a ciascuno la sua cura. Al terapeuta la sudata mercede. A volte, attenzione, ci scappa una vera Mercedes.”
Un male anche contagioso oltre che ereditario. Quando ad ammalarsi sono marito e moglie, e quando sono coppie con elevati livelli di competitività interna. “ Ma per forza! Come si può stare insieme ad una persona che non può fare questo, non può fare quello…. niente viaggi, letto duro… e chi dovrebbe fare sforzi per tutti e due , io solo? Bisogna ribattere colpo su colpo, rispondere con il famoso colpo della strega o sparare con una sindrome vertiginosa… una serie di sintomi soggettivi… sbandamenti e giramenti di testa… Ovviamente bisogna atteggiare il viso a una espressione di sofferenza…. “
Meglio stendere un velo pietoso- dice ancora l’autore – sui sintomi legati alla colonna vertebrale nel talamo nuziale, efficacissima scusa per esentarsi da qualsivoglia prestazione sessuale nell’ambito delle relazioni di coppia. Di seguito, il massimo dell’ironia: “ E’ pur vero che un modesto doloretto può diventare con la scusa del massaggio, complice di approcci che in altro modo non si riuscirebbe a cominciare. In questo modo, passando dal dolore al piacere, si sperimentano altre vie che, se percorse virtuosamente, portano verso la guarigione del corpo, a volte a scapito della salute dell’anima”.
Ma l’ autore è persona molto seria e con psicologico ironico acume parla del mal di schiena da considerare come mezzo di conoscenza di sé, e che conviene sfruttare piuttosto che subire passivamente, “sopportando oltretutto le costose angherie dei medici” Il dolore, infatti, rappresenta sempre un allarme che il corpo lancia al suo proprietario per avvisarlo di qualcosa che non va: non lo si può ignorare. Ma la medicina ufficiale dà risposte talvolta insoddisfacenti, mentre quella sottufficiale ( alternativa) troppo semplici, o al tempo, complicate. “ Certo, stare otto ore a seduto su un furgone, o fuori o dentro una cella frigorifera con quarti di bue sulle spalle…, ingrassare, scopare poco e male,…. non aiuta la colonna vertebrale. Così, se si è giovani, belli e ricchi e si ha molto tempo per la giusta attività sportiva, la cura del corpo è probabilmente di grande aiuto nella prevenzione del mal di schiena. Dunque?
Se ci viene, il mal di schiena bisogna tenercelo, perché nel primo caso di cui sopra ( gli sfigati) è una valvola di salvezza per malattie forse peggiori; nel secondo, quello dei Kaloi kai agatoi ( gli altri), “ forse una Divinità saggia e invidiosa deve aver lanciato il morbo sui fortunati perché non insuperbiscano troppo e si pensino perfetti”.
Il sistema energetico umano- osserva l’autore- secondo la medicina cinese che non fa differenze tra psiche e soma, sarebbe disposto a strati come una cipolla e finché la malattia è confinata sugli strati superficiali, può esser meglio combattuta e, in questo senso, il sintomo rappresenta la manifestazione del male. Ora “ le malattie di tipo muscolare, dolorose, caratterizzate da infiammazioni acute periodiche sono quelle che aggradiscono i livelli energetici meno profondi: quando i sintomi spariscono vuol dire che la malattia è guarita( bene!) oppure che sta aggredendo un livello energetico più profondo( male!)”. Al riguardo, la seguente riflessione: talvolta è proprio il farmaco (farmacon in greco vuol dire medicamento, ma anche veleno) preso per far passare i sintomi dell’infiammazione e del dolore a provocare l’aggressione ad un livello più profondo, come sull’apparato digerente o sulla circolazione.
Ed ecco che l’autore, fisiatra, s’inoltra anche nel territorio della psicologia. Parla del trasferimento degli stress e dei conflitti psicologici dall’ambiente al corpo: in altre parole “dall’incazzatura al colpo della strega”. Sono in gioco il conscio e l’inconscio e si vorrebbe capire come dall’emozione trattenuta o dallo scatto d’ira si passi al più feroce torcicollo. Poco ha spiegato la scienza al riguardo. Là dove sono in gioco elementi emozionali, psicologici, poco misurabili e oggettivi, non ci si addentra volentieri, si lascia spazio a studiosi meno “ scienziati”. Chi studia i” dati” non ha tempo per i “fenomeni”; a nulla varrebbero i richiami di Husserl o Merleau Ponty. Non molti, anche se autorevoli, coloro che si sono interessati alle vie che portano dall’emozione al corpo: alcuni esegeti di Reich, come Lowen e Leboulch e più recentemente alcuni psicologi, psicofisiologici e terapeuti della respirazione. Reich per primo – ricorda l’autore- ha parlato di blocco emozionale e di corazza caratteriale, ancorché gli studi sulla fenomenologia del corpo nelle malattie della mente risalgano allo stesso maestro di Freud, Charcot, quando nella seconda metà dell’Ottocento descriveva i sintomi dell’isteria.
Ma c’è poco spazio nella scienza ufficiale per rinunciare all’approccio positivistico, ha troppo paura di venir risucchiata dal suo imbarazzante passato fatto di miasmi, proibizioni religiose, interventi sanguinari quasi sempre infausti affidati ai cerusici. Di contro c’è la tendenza mentalista, quella che nega il corpo considerandolo solo un prodotto della mente e perciò affida qualsiasi contatto tra medico e paziente e qualsiasi procedura diagnostico- terapeutica a funzioni di controllo individuale e sociale, condite di neo psicologismo. Entrambi gli approcci, spesso presenti nello stesso medico, negano le richieste del paziente considerate quasi sempre fuorvianti.
E quando si tratta di mal di schiena di obbiettività clinica ce n’è poca, c’è solo un paziente che racconta il suo malessere e allora il medico si trova di fronte a quel che aborre di più: i sintomi soggettivi. Che razza di malattia è mai questa dove non ci sono analisi, né esami perforanti e infallibili? Dove, soprattutto, c’è un paziente che con la narrazione dei suoi sintomi vuole farsi soggetto?
Tema questo – secondo l’autore- di grande importanza. I medici non si fidano mai dei pazienti, perché il loro scopo è l’indagine. Si dice: “il rapporto col medico si deve basare sulla fiducia” e si omette di dire “si! , ma da una parte sola; se il paziente collabora va bene, altrimenti il medico va avanti lo stesso in base alla sua professionalità.“
E quando – orrore – si sospetta una malattia della psiche dietro alle manifestazioni somatiche, inizia un altro noioso, difficile iter diagnostico – investigativo, per il quale il medico non è quasi mai preparato per la sua formazione… .”
In conclusione si tratta di comprendere le ragioni della malattia che possono essere nobili anche se misteriosamente nascoste entro noi stessi tanto da diventare, appunto “ sacre”. Talvolta si parla di follia del corpo. Si farebbe meglio a dire sapienza del corpo.

Da ultimo, due aforismi in tema:

“l’unico sistema per ritardare il momento della morte rimane l’invecchiamento” (Sainte Beuve ).

“L’ironia è la migliore cura per non morire, le cure per non morire sono sempre atroci” ( epigramma di Andreotti, tratto dal celebre film di Sorrentino, Il Divo).

[1] Rottemback, E, Elogio del mal di schiena, Santa Croce sull’Arno ( PI ) 2008, pagg. 20-21

Pazzi per il Cinema – MediCineTerapie

Pazzi per il cinema - MediCineTerapieAmedeo Caruso, Alpes, Roma, 2013

Le MediCineTerapie di questo libro sono prescritte da uno psicoanalista che ha finora trascorso, con successo e passione, migliaia di ore con i suoi Pazienti e altrettanto tempo piacevole e proficuo nelle sale cinematografiche.

I Lettori-Spettatori scopriranno all’istante pagine cinefile balsamiche per la cura delle sofferenze dell’anima. Sotto forma di chiacchierate amichevoli sul cinema, saranno somministrate, senza effetti collaterali, compresse effervescenti incoraggianti. Le diverse conversazioni simpatiche e leggère, a proposito di diversi film, si potranno adoperare anche come pillole digestive contro i bocconi amari dell’esistenza. Addirittura una sola pellicola potrebbe diventare la pastiglia orosolubile necessaria a stimolare l’appetito per la vita. L’opera di uno o più registi riuscirà ad essere assorbita come una capsula preventiva contro l’umore nero. Una insolita terapia di parole su pellicole, più o meno famose, a volte sconosciute, che si trasformano in gocce miracolose, capaci di far identificare e capire il doppio che è in noi. Iniezioni filmiche che hanno lo scopo di conciliarci con il mondo e di comprendere sempre più i nostri lati oscuri e le ragioni degli altri. Ce n’è per tutti i gusti e per le diverse necessità. Dal benefico e ottimistico coniglio Harvey, al labirinto di specchi che riflettono conflitti etici e bellici, riflessi sui fotogrammi di Million dollar baby di Clint Eastwood e del dottor Stranamore di Kubrick. Dai raffinati Racconti del cuscino di Peter Greenaway ai baci transferali di Ingrid Bergman. Dalla fantascienza di Blade Runner all’amor fou de L’Aquila a due teste di Cocteau. Dal Papa del gran rifiuto al Papa di Nanni Moretti, fino al Giullare di Dio di Rossellini, caro a Papa Francesco. Amore e Morte tra Haneke e Resnais, La gioia de La vita è meravigliosa e la follia de La donna dai tre volti. Le Trasgressioni di Baciami stupido! di Billy Wilder e le Digressioni sulla Via Lattea di Bunuel, i Tradimenti consumati in Non desiderare la donna d’altri di Susanne Bier, L’Amicizia nei film di Wenders e l’Invidia incarnata da Bette Davis, la Filosofia di Socrate nel Il Banchetto di Marco Ferreri, il Terrorismo nelle Mani Forti di Bernini. Inoltre, Registi-attori che interpretano Psicoanalisti e Psicoanalisti che vogliono fare i Registi. Lupi e Agnelli messi a confronto da Robert Redford, Divinità, Angeli e Demoni, Vecchi Maestri, Cattivi Maestri, Veri Maestri. La Signora in Nero al lavoro e la Rinascita che l’annienta. Brevi inviti alla lettura di libri su cinema e psiche. La rilettura del romanzo The Moviegoer di Walker Percy, da cui nessuno ha osato trarre un film ma che convincerà tutti a non vivere un istante senza meraviglia. Una straordinaria serata con Arthur Penn. Uno psicodiario “a caldo” della 69ma Mostra del Cinema di Venezia. La crisi globale. Il femminicidio. E ancora, una visita Nella casa di Ozon e Nel paese dei sordi di Nicolas Philibert, che sa la differenza – e ci fa un bel film – tra Essere e avere.

Mille e una visione con il buio in sala, alla luce della psicoanalisi.

Psiche istruzioni per l’uso

Psiche. Istruzioni per l'usoAmedeo Caruso, Lithos, Roma, 2012

Questo agile manuale ha una semplice pretesa: quella di certificare al meglio le enormi e attualissime possibilità terapeutiche e culturali della psicoanalisi. La compagnia di Psiche diventa, per tutti i Ricercatori dell’Inconscio e dell’Anima, un vero Genio della Lampada di Aladino, che consente di leggere oltre, prima, sotto e sopra le cose umane, dalla guerra al fumo, dal terrorismo alla depressione, dai farmaci ai sogni. Il libro è diviso in quattro capitoli, che sono: Professione psicoanalista, contenente istruzioni per un felice svolgimento dell’attività analitica da parte degli addetti ai lavori; Viaggi e incontri con Psiche, che riporta le impressioni dell’autore di ritorno dal Giappone e dagli USA, ma anche dalla Parigi del Père Lachaise, e le interviste a Umberto Galimberti e Luigi Zoja; Psiconferenze, conversazioni su varia attualità, in cui sono ritratte anche le prime eroine della psicoanalisi, nonché squisite scrittrici, Lou Andreas Salome e Anaïs Nin; Due Maestri della Psicoanalisi, un ricordo degli Amici Aldo Carotenuto e Luigi Aurigemma.

La psicoanalisi all’Opera

La psicoanalisi all'OperaAmedeo Caruso, Alpes, Roma, 2012

Questo nuovo libro di Amedeo Caruso ha un illustre precedente – come sostiene nella sua prefazione Giorgio Antonelli – illustre quanto poco noto in Italia: il pionieristico Die Bedeutung der Psychoanalyse für die Geisteswissenschaften di Otto Rank e Hanns Sachs, pubblicato nel 1913 e tradotto, in italiano, Psicanalisi e sue applicazioni.
In Psicoanalisi all’Opera la psicoanalisi regna, anzi è all’opera sulle arti. Viene applicata alla musica, da Puccini e Rossini al rock di Sting e degli Alan Parson Project. È adoperata per interpretare la letteratura sempre più profondamente per una lettura di Proust e Joyce alla luce di Freud e Jung. Viene utilizzata per capire meglio la pittura di Frida Kahlo e gli acquerelli di Henry Miller. Si intriga di teatro scovando regie che mettono in scena addirittura il Fondatore della Psicoanalisi, il grande Sigmund, e il Padre della Psicoanalisi Italiana, Cesare Musatti. Entra al cinema per curiosare professionalmente tra registi come Truffaut e Jane Campion, o rovistare nei simboli del Mago di Oz o indagare sul film che racconta la pazzia di Re Giorgio III. Il libro contiene anche quattro interviste speciali a personaggi illustri delle discipline in esame: Paul Bowles, Pier Augusto Breccia, Nanni Garella ed Henri Laborit.

Psicopatologia sul Quotidiano

Psicopatologie sul quotidianoAmedeo Caruso, Edizioni Il Bene Comune, Campobasso, 2011

Caruso è il confessore laico e moderno, compassionevole e indulgente: non fa prediche, ma ragionamenti, non dispensa penitenze ma speranze, non chiede contrizioni ma introspezioni. È un igienista mentale al quale la professionalità impone di non giudicare i suoi interlocutori, ma di assisterli e magari stimolarli anche con citazioni e riferimenti letterari e culturali (da Croce, Leopardi, Eco, Omero, Borges e Tolstoj fino a Clint Eastwood, Polanski Fassbinder e Verdone). Insomma Caruso non è un pastore d’anime, ma un postino dell’anima…

(dalla Prefazione di Giuseppe Tabasso)

Chi legge i commenti alle “lettere al dottore” contenute nel testo si avvedrà subito come Amedeo Caruso attinga, nelle risposte, da due livelli saldamente codificati, solo apparentemente lontani, per farli convergere in un unico tessuto argomentativo. Ecco allora rombare, qua e là, dalle trame dell’impianto dottrinale e dai modelli teorici di riferimento gli echi improvvisi di minuziose citazioni poetiche, narrative, filmiche. Con le quali Caruso spazia su più fronti implicando tutti gli spunti che le domande dei suoi corrispondenti gli suggeriscono per raccordarli felicemente in un originale e personalissimo unicum stilistico, niente affatto accademico e, anzi, al contrario, guarnito di raffinata leggerezza.

(dalla Postfazione di Gianni Spallone)

Caro papà – Il tempo della morte per le vite felici è molto breve

Caro PapàAmedeo Caruso, Napoli, Liguori, 2003

A differenza di memorie pittoresche, ghiotte e aneddotiche come quelle di Sybille Lacan o di Martin Freud, figli di notissimi padri, e non figli d’arte, questi ricordi di un padre normale, scritti da un figlio psicoanalista, sono speciali e meritano attenzione, per il rapporto che avvolge padre e figlio in una fascinosa lezione di vita e di amore, complice la psicoanalisi.

(dalla prefazione di Aldo Carotenuto)

Di che sogno sei?

Di che sogno sei?Amedeo Caruso, Napoli, Liguori, 1997

Uno psicologo curioso e un po’ intrigante incontra attori e antropologi, professori universitari e rockstars, registi e scrittori, pittori e musicisti (e psicoanalisti) per conoscere i loro sogni e le loro opinioni sull’invenzione di Freud, Jung & Co.

Estratto dal capitolo “Laura Morante. Attenzione alla Collega Sacra in sogno”

M: Sì, ma questo riguarda più loro che me, nel senso che io non li ho mai accompagnati dallo psicoanalista… (ride).

C: Sembra che lei abbia una vera passione per i film a impronta psicologica. Penso a Bianca e Sogni d’oro di Nanni Moretti, il secondo addirittura con Freud messo in burla nel suo rapporto mat~rno, o mentre scrive a Jung dettando la lettera alla figlia Anna!

M: Oh, certo, quello è un film “totalmente” psicologico!… Lo vede che io sono abbonata o abbinata o forse votata alla psicoanalisi! (sorride).

C: Qual è il rapporto tra il suo mondo interiore e la vita concreta?

M: Non ho la sensazione di riuscire a dare espressione al mio mondo interiore in modo soddisfacente… Forse se adesso potessi recitare Kleist…

C: È uno scrittore che dal punto di vista psicologico ha scavato e detto molto…

M: Dal punto di vista poetico ancora di più… (lieve sorriso soddisfatto).

C: Il lavoro alla scoperta dell’inconscio tenta di non dividere mai il mondo interiore da quello esteriore, il contenuto del sogno dalla vita diurna. Quale sarebbe oggi la richiesta di Laura Morante, attrice, ad uno psicoanalista?

M: Non lo so, non credo a un aiuto esterno, penso che potrebbe aiutarmi ad aiutarmi da sola…

C: Questo è in realtà il fine ultimo e il senso della psicoanalisi…