Viaggio nell’ipnosi, psicoterapia creativa

Viaggio nell'ipnosi, psicoterapia creativaAmedeo Caruso, Roma, Di Renzo Editore, 1994

Il nostro parere è che non si può curare con l’ipnosi, conoscere con l’ipnosi, lavorare con l’ipnosi, senza una sentita e vissuta esperienza psicoanalitica.

Chertok e la Stengers hanno ben focalizzato la questione, definendo la “querelle” inquietante” come la minaccia del ritorno verso un passato oscurantista, dal quale proprio la psicoanalisi ci ha liberato”. Dunque, ecco che l’ipnosi diventa per i due autori una ferita narcisistica del genere umano, la terza, dopo quelle inferte da Copernico e Darwin: dopo queste scoperte, l’uomo non è più al centro dell’universo, non è il re del creato, non è più padrone della vita psichica, così come ha genialmente intuito Freud.

“Ma forse gli psicoanalisti rifiutano la ferita narcisistica che la realtà ha inferto alle loro ambizioni. Meglio è tenere in vita una pratica che dà l’impressione a chi la applica di capire quel che fa, piuttosto che ammettere un ritorno all’incertezza”.

Roustang ha messo in evidenza come la neutralità dell’analista che si presume garantisca di non essere, al contrario clell’ipnotizzatore, parte in causa del rapporto che si stabilisce tra terapeuta e paziente, sia in realtà un’ipocrisia. L’influenza suggestiva dello psicoanalista è ancor più temibile, perche la si tace. Il rapporto che si instaura, egli ha scritto, è un rapporto di suggestione a lungo termine, nel quale l’analizzato può arrivare sino a un’identificazione divorante con il suo analista, può divenirne il doppio.

Ecco allora che si pone l’interrogativo scottante. Non è forse l’eccesso di potere che si arroga la psicoanalisi il vero nodo del problema, proprio nella misura in cui pretende di non entrare affatto nella relazione affettiva con il paziente, cosa che invece l’ipnosi non consente?

Da quando Ferenczi ha intuito che non c’è nulla di neutrale nella posizione dello psicoanalista, che il transfert è soprattutto una protezione dello psicoanalista, che gli consente di ignorare i propri sentimenti nascosti; dacche sempre Ferenczi ha chiesto ai suoi colleghi di ammettere che la tecnica delle associazioni libere creata da Freud è una tecnica ipnotica, non possiamo più ignorare la presenza di una trance coinvolgente i due protagonisti del lavoro analitico.

Ora il discorso sembra slittare non tanto sul problema ipnosi sì, ipnosi no, ma quanto sul valore che ristabilirebbe un legame ipnotico in analisi: l’empatia.

(Estratto)

Una donna compiuta, immersa nella vita anima e corpo. Un colloquio con Silvia Rosselli

A cura di Amedeo Caruso

Il contributo di Silvia Rosselli a questo libro consisterà in un’intervista che il dio Mercurio, attraverso la sua speciale intermediaria – e sua personificazione terrestre – Simonetta Putti, ha delegato, bontà sua, al sottoscritto.

Ricevuto l’incarico, mi sono documentato su di lei, leggendo un po’ di materiale pubblicato (psicoanalitico e non), e sono pronto ad incontrarla, nonostante covi il dispiacere di non essere stato in grado di reperire un libro – non scritto da lei, ma che la riguarda fortemente – che è ormai introvabile, L’intruso, il cui autore Brett Shapiro è stato il compagno del figlio di Silvia, Giovanni Forti. Giovanni è morto a soli 38 anni per aver contratto il virus dell’AIDS, e lo scrittore Shapiro gli ha dedicato questo libro intenso e straordinario, contenente anche una scelta di lettere di Giovanni, con una incisiva prefazione di Rossana Rossanda. Il giorno precedente la nostra chiacchierata, prima di recarmi all’opera per Il Ratto dal Serraglio di Mozart, mi fermo alle bancarelle adiacenti la stazione Termini, che sono lì dalla prima volta che vidi Roma, anche se ora sono indiani e cingalesi i maggiori referenti, e non si sentono più le vocione dei romani bancarellari che si indignano sui prezzi che i clienti vogliono strappare. Non ho molto tempo, giusto una decina di minuti per sbirciare alla più vicina se c’è qualche volume interessante, ed ecco che dopo neanche due minuti scopro il libro di Shapiro, come se mi fosse venuto incontro lui, quando ero ormai rassegnato a parlarne con Silvia senza averlo letto. Continua a leggere…

Psicologia Analitica Contemporanea

Psicologia Analitica ContemporaneaCon questo testo l’orizzonte della psicologia analitica si squarcia per mostrare come dalle concezioni teoriche e cliniche di Jung siano sorte nuove linee di sviluppo. Si prospetta così la struttura di un edificio estremamente ricco e articolato che, pur muovendosi da solide e unitarie fondamenta, reca in sé i tratti distintivi di ogni analista.

Le 19 monografie conducono nell’universo pubblico e privato di altrettanti analisti, e ai loro allievi è stato affidato il compito di stenderle per evidenziare una dimensione nella quale pensiero e sentimento siano copresenti; ne scaturisce un insieme di riflessioni, atteggiamenti, emozioni e stili di vita che hanno un denominatore comune: l’incontro con Jung. Ma da qui, mediate dalla personalità di ognuno e dalla ricerca interiore individuale, si dipartono numerose strade che tracciano un itinerario sulla psiche. Le diverse monografie si interrelano e si completano, offrono molteplici punti di vista, trattano di momenti salienti della storia della psicologia analitica nel mondo, e il quadro che emerge appare leggibile secondo l’idea portante dell’opera di Jung: il processo di individuazione. Scorrendo le pagine del libro è proprio l’individualità, con il lungo percorso intrapreso per suo raggiungimento, che si pone come attivatore delle tante formulazioni teoriche e dei diversi modi di accostarsi alla dimensione inconscia.

Corpo, riflessione, immagine

Corpo Riflessione Immagine

Un percorso che spazia dalla pelle a Dio, a partire dalla clinica attraversando il sociale per arrivare alla morte, inglobando nell’esplorazione altri mondi: cinema, fotografia, teatro e persino il concretissimo territorio del diritto. Nel lavoro corale sono messe a confronto l’esperienza e le idee di diversi operatori nel campo della psiche, della comunicazione e dell’arte per indagare quali possibilità configurino corpo riflessione e immagine nel loro vario intrecciarsi. Il tema è affrontato da diverse prospettive perché il lettore possa poi dotarsi di proprie lenti d’osservazione.

L’abbandono attivo tra ossimoro ed aporia

Larga repercusión tienen las palabras”([1])Jorge Luis Borges

Qualche nota introduttiva.
L’espressione abbandono attivo presenta una ambiguità.
Il primo termine – abbandono – evoca primariamente il lasciare e l’esser lasciato, il lasciarsi andare, la passività mentre il secondo – attivo – evoca l’azione, la decisione… l’attività, appunto.
Taluni – ascoltatori o lettori – potranno trovare nell’espressione la configurazione di un ossimoro[2] e qui mi piace ricordare quanto scritto da Jorge Luis Borges:
“Nella figura retorica chiamata ossimoro, si applica ad una parola un aggettivo che sembra contraddirla; così gli gnostici parlavano di una luce oscura; gli alchimisti di un sole nero”
Luce oscura e sole nero… immagini s-paesanti ed in un certo modo de-stabilizzanti; qui osservo che altri potranno scorgere nell’espressione in questione un’aporia[3], ovvero una difficoltà, una strada senza uscita, un concetto contraddittorio che getta il soggetto in un momento di vuoto.. ma in quel vuoto si può cercare il senso.
Nel percorso analitico di matrice junghiana l’ abbandono attivo allude a quella particolare dimensione interiore in cui il soggetto modula e fa interagire passività e attività rispetto ai contenuti dell’inconscio ed agli accadimenti esterni.
Di questo scriverò brevemente.

Sintetica storia di una scoperta.

Nel 1973 iniziai la mia analisi personale con Aldo Carotenuto, analista junghiano di cui molto si è detto e scritto, spesso rasentando i più opposti estremismi, ed al quale abbiamo dedicato un numero della nostra rivista [4].
In quel percorso, durato quattro anni, andavo scoprendo me stessa ed il senso del mio agire anche attraverso i sogni che venivano analizzati.
Capitò allora, più di una volta, che taluni sogni presentassero immagini non facilmente decodificabili, o significati contraddittori, o ancora che – discorrendo sui sogni medesimi – non riuscissimo a trarne un messaggio.
In quei frangenti, Carotenuto mi invitò ad adottare un atteggiamento di abbandono attivo.
Pressochè in tutti i percorsi analitici, ed in special modo quando si tratta della propria prima analisi personale, a volte le parole dell’analista (poche e centrate) lasciano una traccia profonda, non si dimenticano, e – per usare l’espressione di Carlo Levi [5] – restano ferme come pietre.
Con questo vissuto accolsi e memorizzai l’abbandono attivo.
Accogliere e ricordare, però, non significa sempre aver compreso ed in effetti l’ abbandono attivo aveva aperto in me una ridda di dubbi e domande: non afferravo pienamente il senso, ne scorgevo l’ambiguità di significato, mi sentivo s-paesata in quanto non capivo dove collocarmi, dove fosse e cosa fosse quella posizione / dimensione allusa da Carotenuto come utile.
Dello spaesamento e della sensazione di impasse parlai in analisi, chiedendo lumi, chiedendo di farmi capire meglio e la risposta fu che era opportuno lasciar agire anche lo spaesamento, che poi il senso sarebbe emerso…
L’analista aveva visto giusto: a poco a poco imparai ad accettare l’abbandono attivo anche se non lo comprendevo come il mio bisogno di precisione avrebbe voluto.
Andavo ragionando sull’espressione abbandono e attivo, ne coglievo la almeno apparente contraddizione, perché il primo termine – abbandono – mi evocava dimensioni di passività in contrasto con quelle evocate dal secondo termine.
Come dovevo dunque pormi rispetto all’ambiguità e complessità di alcuni sogni?
Come poteva la posizione di abbandono attivo, che sentivo di per sé ambigua, aiutarmi a coglierne via via il senso?
Poi, nel corso del tempo, compresi che la passività e l’attività possono coesistere, convivere, dare spazio e luogo ad un tertium.
Rispetto ai sogni critici, potevo lasciar aperta la porta ad ogni interpretazione possibile che fosse man mano emersa, potevo semplicemente aspettare che un significato si delineasse e nel contempo potevo cercare associazioni, immaginare, esaminare i sogni nella loro sequenza..…
Si poteva essere – contemporaneamente – attivi e passivi.
Imparavo a conoscere – ante litteram – la sintesi degli opposti.

Approfondimenti successivi.

Quando poi, iniziato il training per diventare analista, iniziai a studiare il pensiero di C. G. Jung, ritrovai in più punti rispecchiato il mio vissuto di allora, la perseveranza e l’intensità con cui investivo il dilemma cercando di approfondirlo…
Per esempio, in quanto Jung sostiene a proposito del tipo introverso, “gli elementi che debbono venire connessi rimangono costellati per parecchio tempo, quanto basta per rendere possibile la loro astrazione[6]”, trovai la risposta alla domanda che pure mi ponevo.. se non fosse sintomo di nevrosi anche il lungo interrogarmi sul significato del dilemma in questione.
In successivi scambi, quando ormai eravamo divenuti colleghi, Carotenuto mi accennò al fatto di aver appreso e mutuato il concetto di abbandono attivo dalla viva voce del suo analista Ernst Bernhard[7].
Bernhard, infatti, non amava scrivere e quanto del suo pensiero è arrivato a noi si deve in gran parte all’ intelligente opera di selezione e raccolta fatta da una sua allieva, Hèlène Herba Tissot[8], e – recentemente – alla pubblicazione dell’Epistolario, Lettere a Dora, a cura di Luciana Marinanageli[9].
Davanti a me le possibilità di conoscenza andavano ampliandosi, scoprivo ulteriori sentieri in cui addentrarmi.
Bernhard, a sua volta, era rimasto particolarmente colpito dall’idea della divina provvidenza e della tensione individuale che l’uomo può cercare nell’abbandonarsi ad essa, allorquando aveva scritto la prefazione al piccolo libro del gesuita Jean-Pierre de Caussade.[10]
Bernhard poneva in secondo piano il lato generico e dogmatico dell’opera e valorizzava l’anelito verso una esperienza religiosa individuale, anche laicamente intesa come processo di integrazione della coscienza; processo simile al Bhakthi yoga indiano o al Taoismo, ma simile anche allo junghiano processo di individuazione.
Lo stesso Carotenuto si soffermò sul rapporto tra Bernhard e de Caussade nell’articolo L’opera esige la vita [11], pubblicato nella Rivista di Psicologia Analitica.
I limiti editoriali mi chiedono di non addentrarmi oltre; lascio quindi al lettore interessato queste ulteriori tracce da seguire…

L’esperienza clinica.

Nel corso della mia attività clinica, ormai più che trentennale, ho più volte passato ai pazienti il messaggio dell’abbandono attivo come dimensione possibile in cui cercare di situarsi, verificandone l’ampia valenza e l’utilità euristica e maturativa.
Quasi sempre ho visto il paziente accogliere la proposta con sorpresa, spesso con lo spaesamento che io stessa avevo attraversato, talvolta aprendo una serie di domande e interrogativi cui non davo precisa risposta.
In grande sintesi, posso dire che la più parte dei pazienti ha dapprima accettato con riserva la dimensione / posizione proposta, poi l’ha cautamente sperimentata, con progressive acquisizioni di senso; per non pochi l’abbandono attivo è stato un modo nuovo (e impensabile prima) di porsi non solo rispetto ai propri sogni e ai segnali dell’inconscio, ma anche rispetto agli accadimenti del concreto vivere.
Riuscire a tenere insieme l’attività e la passività, accettare di situarsi nella zona grigia del non pienamente compreso razionalmente è fatto non da poco.
Significa molte cose: accettare i limiti della comprensione razionale, dare spazio seppur temporaneamente all’ambiguità ed all’ambivalenza, addivenire ad una visione nuova di sé e di sé nel Mondo rinunciando al potere (talvolta dittatoriale) del logos e del pensiero.
Procedere anche nel buio, o nella penombra, senza avvalersi dei consueti parametri di riferimento, sapendo relativizzare e sdrammatizzare anche lo spaesamento ed il momentaneo squilibrio, dandosi però la fiducia che nuove modalità emergeranno e diverranno disponibili.
L’abbandono attivo configura e richiede anche la rinuncia alla sicurezza del noto ed il coraggio di avventurarsi nell’ignoto.
Più di un paziente mi ha man mano dato atto, anche esplicitamente, di aver iniziato a relazionarsi in modo nuovo nei confronti del proprio inconscio e nei confronti del vivere grazie alla progressiva accettazione e integrazione della dimensione in oggetto.

Brevi conclusioni.
Nel percorso analitico di matrice junghiana l’ abbandono attivo allude a quella particolare dimensione interiore in cui il soggetto modula e fa interagire passività e attività rispetto ai contenuti dell’inconscio ed agli accadimenti esterni, anche talvolta rinunciando alla consueta centralità del proprio Io.
A partire dalla mia personale esperienza e via via nel corso del lavoro clinico come analista, l’abbandono attivo (e la dimensione psicologica che esso costella) si è manifestato come forza propulsiva.
Una indicazione di percorso apparentemente ambigua e scarsamente comprensibile, che può aprire una benefica crisi nel paziente e nello stesso lavoro analitico, rivelandosi poi elemento capace di ristrutturare abituali ma spesso non funzionali coordinate mentali e di comportamento, aprendo la via all’integrazione di molte parti di sé, talora anche celate nell’ombra.

[1] Jorge Luis Borges, «El arte narrativo y la magia», in Obras completas 1975-1988, vol. I, p. 231, Buenos Aires, Emecé, 1996.

[2] ossimòro (alla greca ossìmoro) s. m. [dal gr. ὀξύμωρον, comp. di ὀξύς «acuto» e μωρός «stupido», con allusione al contrasto logico]. – Figura retorica consistente nell’accostare nella medesima locuzione parole che esprimono concetti contrarî: lat. concordia discors, festina lente, strenua inertia; ital. una lucida pazzia, un silenzio eloquente, tacito tumulto, ghiaccio bollente… http://www.treccani.it/vocabolario/tag/ossimoro/

[3] aporìa s. f. [dal gr. ἀπορία «difficoltà, incertezza», der. di ἀπορέω «essere incerto»]. – In filosofia, difficoltà di fronte alla quale viene a trovarsi il pensiero nella sua ricerca, sia che di tale difficoltà si ritenga raggiungibile la soluzione sia che essa appaia intrinseca alla natura stessa della cosa e quindi ineliminabile: le aeleatichela discussione aristotelica delle adel concetto di motoun’ainsolubilehttp://www.treccani.it/vocabolario/aporia/

[4] Per Aldo Carotenuto, Giornale Storico del Centro Studi Psicologia e Letteratura, vol. 2 – aprile 2006, fascicolo 2, Giovanni Fioriti EDITORE, Roma

[5] Levi, C., Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia, Editore EINAUDI (Saggi), Torino, 1956

[6] Jung, C.G., I tipi nella psicopatologia, in Tipi psicologici, Opere, vol. VI, Boringhieri, Torino,1981, pag. 279

[7] Ernst Bernhard, medico pediatra berlinese, portò in Italia il pensiero di C.G. Jung e ne fu promotore ad ampio raggio, anche fondando, nel 1961, L’Associazione Italiana per lo Studio della Psicologia Analitica (A.I.P.A).

[8] Erba Tissot, H., (a c. di), Mitobiografia. Ernst Bernhard, Adelphi, Milano, 1969

[9] Marinangeli, L. (a c. di), Ernst Bernhard. Lettere a Dora dal campo di internamento di Ferramonti (1940-41), ARAGNO Editore, Torino, 2011

[10] De Caussade, J.P., L’abbandono alla divina provvidenza, Astrolabio, Roma, 1951

[11] Carotenuto, A., L’opera esige la vita, in Maestri scomodi. Ernst Bernhard, Buber e Jung, Rivista di Psicologia Analitica, nuova serie n. 2, 54/ 96

La relazione che cura

La relazione che curaSezione I – La relazione che cura e la Salute Mentale Capitolo 1 – La relazione interpersonale Il transito dialettico fra psichiatra e psicoterapie (Bruno Callieri) Capitolo 2 – La relazione come fattore curativo in Freud (Paolo Migone) Capitolo 3 – Relazione Medico-Paziente (Luigi Arru) Capitolo 4 – Lo psicologo nel DSM: relazioni terapeutiche nei contesti (Marco Sparvoli) Capitolo 5 – La relazione terapeutica psichiatra-paziente (Massimo di Giannantonio, Francesca Cavallo) Capitolo 6 – Relazione d’integrazione medico-psicologo (Roberto Ferretti) Capitolo 7 – La relazione terapeutica e somministrazione di test (Agnese Giudici) Capitolo 8 – La relazione terapeutica nella riabilitazione psicosociale (Ferdinando De Marco) Capitolo 9 – La relazione nella supervisione clinica (Stefania Borgo, Piero Petrini) Capitolo 10 – Le emozioni che curano. Dalle emozioni al narcisismo: approccio psicofisiologico (Vezio Ruggieri) Capitolo 11 – La relazione nella psicologia d’urgenza (Nila Kapor Stanulovic) Capitolo 12 – Urgenze territoriali (Maria Teresa Daniele) Capitolo 13 – L’infanzia e l’adolescenza in terapia familiare (Marisa Malagoli Togliatti, Silvia Mazzoni, Anna Lubrano Lavadera) Capitolo 14 – La relazione terapeutica nell’adolescenza (Mirella Baldassarre) Capitolo 15 – La relazione terapeutica con gli anziani (Gian Luca Greggio) Capitolo 16 – La relazione terapeutica con il paziente psicotico all’esordio (Raffaele Popolo, Andrea Balbi, Giancarlo Vinci) Capitolo 17 – La relazione terapeutica con il paziente borderline (Piero Petrini, Nicoletta Visconti) Capitolo 18 – Il disturbo ossessivo-compulsivo: modello e trattamento in una prospettiva cognitivo comportamentale (Francesco Mancini, Claudia Perdighe) Capitolo 19 – La relazione terapeutica con il paziente oncologico (Gabriella Marasso) Capitolo 20 – La relazione terapeutica nel paziente psicosomatico (Fausto Agresta) Capitolo 21 – La relazione terapeutica nelle tossicodipenze secondo un approccio psicodinamico (Rosaria Sara Russo, Francesco D’Ambrosio) Capitolo 22 – Relazioni terapeutiche e web (Tonino Cantelmi, Simonetta Putti) Sezione II – La relazione che cura e la psicoterapia Capitolo 23 – La relazione terapeutica in psicoanalisi (Luigi Janiri) Capitolo 24 – Relazione terapeutica e psicoterapia psicoanalitica (Mirella Baldassarre, Piero Petrini) Capitolo 25 – Il contributo della psicologia analitica alla comprensione della relazione psicoterapeutica (Daniele La Barbera) Capitolo 26 – Le re-l-azioni che curano nella e della gruppoanalisi (Leonardo Ancona, Carmela Barbaro, Felicia Tafuri) Capitolo 27 – Il gruppo Balint: formazione, supervisione o (Leonardo Ancona, Carmela Barbaro, Luigi Cecchin, Piero Petrini) Capitolo 28 – Gruppo allargato analitico (Leonardo Ancona,Carmela Barbaro, Alessandra Pancrazi) Capitolo 29 – La qualità della relazione è la cura: il processo del cambiamento nella Psicoterapia Centrata sul Cliente (Alberto Zucconi, Giuseppe Dattola) Capitolo 30 – L’analisi transazionale socio-cognitiva (Pio Scilligo) Capitolo 31 – La relazione terapeutica nelle terapie cognitivo-comportamentali (Francesco Mancini, Angelo Maria Saliani) Capitolo 32 – La relazione terapeutica post-razionalista (Mario Antonio Reda, Maria Francesca Pilleri, Luca Canestri) Capitolo 33 – Il ruolo della relazione terapeutica nella psicoterapia cognitivo-comportamentale integrata (Antonio Attianese, Vincenzo Poerio) Capitolo 34 – La relazione terapeutica secondo l’approccio analitico-reichiano (Genovino Ferri, Luisa Barbato, Giuseppe Cimini) Capitolo 35 – Relazione terapeutica in self-analisi bioenergetica (Ezio Zucconi Mazzini, Gilberta Alpa) Capitolo 36 – La Relazione Terapeutica: l’approccio Sistemico Relazionale (Rodolfo de Bernart) Capitolo 37 – La terapia di coppia in una prospettiva intergenerazionale (Maurizio Andolfi) Capitolo 38 – L’ottica della complessità Sviluppi e prospettive dell’orientamento sistemico (Luigi Onnis) Capitolo 39 – La relazione terapeutica nell’ipnosi ericksoniana (Camillo Loriedo, Camillo Valerio) Capitolo 40 – La relazione terapeutica nell’approccio strategico (Filippo Petruccelli,Valeria Verrastro) Capitolo 41 – La relazione terapeutica nell’approccio gestaltico (Margherita Spagnuolo Lobb) Sezione III – Glossario