SAB 16 FEB | Note di Gusto

Vi ricordiamo l’appuntamento per sabato 16 febbraio alle 19.00, presso la nuova sede dell’Enoteca Letteraria in via San Giovanni in Laterano 81, Roma per la conversazione con Maria Teresa, esperta di gastronomia e musica.

Ingresso libero e gratuito

Dopo la conversazione ci sarà una cena frugale al costo di € 10,00. La prenotazione per la cena è obbligatoria e da effettuarsi entro mercoledì 13 febbraio 2019 scrivendo all’indirizzo email info@psicheartesocieta.it, indicando il numero e i nominativi delle persone.

COME RAGGIUNGERCI:

10 minuti a piedi dalle fermate Metro: Colosseo o Manzoni
Autobus 85 (Linea Arco di Travertino – Termini) Fermata “San Giovanni in Laterano” a pochi metri dall’Enoteca.

Jung e l’ipnosi

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 12, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2011 – Estratto

Ciò che Jung difende strenuamente non è solo il diritto di contestare Freud, ma anche e soprattutto la difesa della sua personale libertà di pensiero e di applicazione clinica. Non può sopportare un “giuramento da adolescenti” in cui non si può discutere il Verbo pronunciato dal Messia dell’Inconscio! Tale era anche il “patto” sulla sua teoria della sessualità, ed anche a questa Freud voleva costringere il futuro erede a genuflettersi e a considerarla intoccabile e impeccabile.

Così Freud perse la stima di Jung, che si ritirò consapevolmente dalla schiera dei suoi allievi, e proseguì solitario e sicuro il suo cammino, apportando alla pratica clinica ed alla teoria dell’inconscio il suo gigantesco e fertilissimo contributo.

Se ci siamo soffermati sul dissidio Freud-Jung è perché questo contrasto segna – secondo noi – un grosso punto a favore non soltanto di Jung, ma evidenzia anche tutto ciò che è importante, sostanziale per l’ipnosi.

Illustri studiosi di formazione psicoanalitica freudiana e lacaniana, come Leon Chertok, Raymond de Saussure, ed Isabelle Stengers hanno capito e dimostrato in scritti imprescindibili per chi voglia interessarsi al problema, le motivazioni del rifiuto di Freud nei confronti dell’ipnosi, e non staremo qui a ripetere le loro difficilmente confutabili teorie che noi condividiamo in pieno, ma accenneremo soltanto ad esse, integrandole con la nostra modesta aggiunta della teoria della libertà dell’inconscio in ipnosi. Se Freud inventa la psicoanalisi è proprio grazie all’ipnosi. Dall’ipnosi che per lui è troppo sfuggente e indomabile, incontrollabile e misteriosa, irripetibile in tempi e modi sempre uguali, e soprattutto incostante nei suoi effetti, ecco che, pur conservando e onorando la trance che definisce transfert, Freud trasforma un metodo troppo libero e apparentemente fumoso in una disciplina composta da quelli che Jay Haley nel suo libro Strateghi del potere definisce “gli stratagemmi della psicoterapia” e che considera dei pilastri incrollabili e intramontabili nei tempi, nei luoghi e nelle persone. Insomma un’invenzione perfetta, come quella del martello, che pur avendo origini antiche resta insostituibile e immutevole e soprattutto sempre efficacissimo. Questa scelta, direbbe Aldo Carotenuto, dipende dalla metapsicologia personale di Freud, che sentiva di dover controllare completamente il setting – peraltro da lui escogitato – per ottenere gli effetti terapeutici desiderati.

Abstract

Nel suo articolo, l’autore Amedeo Caruso inquadra i rapporti tra Jung e l’ipnosi attraverso una sintetica rivisitazione della carriera scientifica del fondatore della psicologia analitica. Inoltre spiega le ragioni che lo hanno spinto alla riscoperta dell’ipnosi, sull’onda di esperienze freudiane e junghiane refrattarie all’utilizzo della trance. Partendo dalla sua curiosità per l’ipnosi e dallo stupore per l’imprigionamento della stessa in un dimenticatoio, Caruso spiega come l’incontro con Ernest Rossi, il più famoso allievo di Erickson, e il lavoro svolto insieme a lui, lo abbiano convinto a riflettere su quanto e come Jung abbia soltanto “trasformato” l’ipnosi appresa da Janet a Parigi nel cosiddetto metodo dell’immaginazione attiva, tesi avvalorata anche dallo psichiatra James Hall. L’ipnosi, cacciata dalla porta sia da Freud che da Jung, è in realtà sempre rientrata, soprattutto ai tempi odierni, mascherata da magico transfert e colorata da immaginazione attiva, dalla finestra di ogni studio psicoanalitico.

Ipnoautica per principianti

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 56, Roma, Di Renzo Editore, 2004 – Estratto

Partiamo subito con un celebre assioma che ha la forma di un aforisma: “Non esistono gli ipnotizzatori ma soltanto gli ipnotizzati”. Questa asserzione, che sembra scimmiottare quella sarcastica di Karl Kraus sulla psicoanalisi (la psicoanalisi è una malattia della quale pretende di essere la cura) si rivelerà invece sempre più vera man mano che l’apprendista ipnonauta si impossesserà dell’arte della transe. Si è deciso di utilizzare il termine transe (anziché trance) per ricordare ed enfatizzare l’etimologia della parola. Transe da trans-ire, andare oltre, termine giustamente prediletto da un grande studioso e conoscitore di stati alterati della coscienza, Georges Lapassade, forse il più eminente studioso occidentale del fenomeno, che chi scrive ha avuto l’onore ed il privilegio di conoscere e frequentare. L’ipnonauta diligente cercherà al più presto di leggere l’opera Stati alterati e transe del Predetto.

Invitiamo a diffidare di coloro che temono la transe. La transe è uno stato naturale, frequente, pluriquotidiano nel quale ci imbattiamo tutti. Solo che molti, forse la maggior parte, resistono e vi si oppongono cercando la cosiddetta lucidità. Sognare ad occhi aperti, farsi scoprire “imbambolati” da qualcuno sul lavoro, a scuola, non ricordare mentre guidiamo che cosa è successo negli ultimi due, cinque, o cento chilometri; sentirsi incatenati a un libro, inebriati da una musica, innamorati di una donna o di un uomo, estasiati da un tramonto, magnetizzati da un oratore; cullarsi in un ricordo, vagare nel futuro, perdersi nel presente: tutto questo è transe.

Non c’è bisogno di essere psicologi per aiutare qualcuno a scivolare dolcemente in uno dei quadri appena descritti. E infatti l’ipnosi è una tecnica nella quale sono molto bravi soprattutto i non addetti ai lavori e cioè i maghi, i prestigiatori, gli illusionisti, gli uomini di spettacolo che riescono ad accumulare sul campo una grande esperienza e sono in grado di farlo quasi sempre meglio degli psicoterapeuti. Non lo diciamo soltanto noi ma anche uno dei pionieri dell’ipnosi, Sandor Ferenczi, che il bravo psiconauta avrà la curiosità di andare a interpellare sull’argomento. Per anticipare qualcosa ricordiamo che il grande psicoanalista – del quale si è detto: Freud ha inventato la psicoanalisi ma Ferenczi l’ha fatta (!) – ha sottolineato la sua bravura come ipnoterapeuta da adolescente con gradi mai più raggiunti come medico e psicoanalista.

Facciamo un po’ i monelli, i provocatori e togliamoci finalmente questo peso dallo stomaco, dicendo che sono fin troppi i nostri colleghi che si trincerano dietro uno scetticismo inutile per proteggere il loro tallone d’Achille, la assenza di pratica dell’ipnosi, una grave ignoranza, a parer nostro. Abbiamo udito centinaia di pazienti riferire che il loro stesso psicoanalista alla richiesta di un tentativo di lavoro in ipnosi ha cominciato a vacillare, adducendo le ragioni più pretestuose ma rivelando soltanto una mancanza di esperienza. Secondo noi è sempre possibile verificare con facilità le reali intenzioni di un paziente che desidera lavorare anche o soltanto con l’ipnosi. Bisogna però sapere come si fa. Il metodo non è difficile, ma come per la psicoanalisi, bisogna che il terapeuta cominci a sperimentarlo su di sè. Pertanto ora non chiedeteci come si fa, perché non osereste chiedere a uno psicoanalista come si fa la psicoanalisi, ma vi porreste umilmente nella condizione di apprendere da chi è stato riconosciuto capace di effettuarla. Non pretendereste di apprendere la psicoanalisi leggendo i testi di Freud, Jung e compagni (e chi lo fa è davvero pazzo) ma sapete bene che dovrete sottoporvi a un duro lavoro analitico personale per conoscere gli strumenti della disciplina e valutare la vostra inclinazione alla professione.

Siamo stufi, noi ipnonauti, di sentire nei nostri studi le lamentele di clienti che vengono da noi con il permesso del proprio psicoanalista che controllerà il nostro operato arrogandosi il diritto di giudicare e supervisionare qualcosa di cui non sa nulla! Il nostro parere è che ogni sano psicoterapeuta debba fare esperienza personale della transe, con tutti i metodi, le tecniche e le strategie possibili, perché questo è uno strumento imprescindibile del nostro lavoro. Vogliamo citare qualche esempio famoso? Uno dei più importanti ri-scopritori dell’ipnosi si chiama Chertok; questi era un allievo di Lacan (ricopritore a sua volta della “cosa” freudiana) e rimase di stucco quando chiese al suo vanitoso maestro se poteva provare con l’ipnosi in un caso che gli era stato affidato. La risposta fu picche, ma il nostro uomo non si lasciò intimorire nè infreddolire dal silenzio glaciale del Seminarista e utilizzò di nascosto la tecnica che aveva appreso da qualche anonimo, pedante psichiatra della scuola di Charcot e ottenne non solo un successo clamoroso ma scrisse poi dei magnifici libri che lo sveglio ipnonauta si procurerà in un baleno e li divorerà.

Una spia nel tempio della psicoanalisi

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 55, Roma, Di Renzo Editore, 2004

Prometto che la storia che sto per raccontare sarà fedele (ma appassionatamente) ai fatti che coinvolsero, circa 70 anni fa, una donna di nome Anais Nin, due psicoanalisti, Renè Allendy e Otto Rank, e uno scrittore, Henry Miller.

Costoro non sono i soli personaggi di questa inchiesta psico-letteraria.

Le altre comparse, con ruoli non sempre marginali, rispondono ai nomi di Hugo, marito di Anais, June Mansfield, moglie di Henry Miller, Antonin Artaud, scrittore ed attore francese di teatro e cinema, Eduardo Sanchez, cugino di Anais, Joaquin J. Nin, padre di Anais.

Mi è sembrato quasi più onesto far raccontare parte di questa tranche de vie al personaggio principale, Anais Nin, perché, oltre ad essere la protagonista ed il soggetto della mia esposizione, ne è la vera autrice ed anche l’unica fra tutti che abbia avuto il coraggio e la capacità di narrarla man mano che si consumava nei giorni e nei cuori, nei corpi e nei pensieri di ciascuno di loro.

E che Anais Nin mi tormenti, dovunque Ella sia, con gli incubi più paurosi, se le farò dire qualcosa di non realmente accaduto.

Ma che mi accompagni in questa rievocazione se la trova onesta, di “quelli sì che furono giorni” ( those were the days! ) accettando questo ingaggio letterario.

Mi affaccerò, come cantore di questa epopea, a qualche piccola finestra per dei b

revi commenti e chiuderò la porta del discorso come la sto aprendo ora alla mia eroina preferita. Il mio debito e la mia riconoscenza verso Anais Nin sono di immensa gratitudine ( nel mio primo libro Viaggio nell’ipnosi, ho avuto l’onore di ospitarLa come unica attrice femminile nell’odissea dell’astronave che compiva un breve volo nei cieli dell’ipnosi ) ed oggi sono lieto di farLe da navigatore nel resoconto della Sua missione segreta che potrebbe intitolarsi Agente Anais Nin, dalla psicoanalisi con amore.

Immaginiamo allora che l’agente segreto con licenza di amare Anais Nin, si introduca nel Tempio della Psicoanalisi per compiere una missione di conoscenza di questa dottrina, per capire come questa invenzione possa aiutare il genere umano.

Ormai diventata analista non smette di apprendere da Rank perché lui tocca tutte le cose con la magia del significato. Quelli che vengono da lui sono come ciechi, sordi, muti. Quando lui scopre l’intreccio delle loro vite, loro cominciano a trovarle interessanti e questo interesse li salva. L’intreccio creato dall’inconscio si rivela più interessante di qualsiasi storia poliziesca. Rank scopre i legami, le trame, i modelli, e tutto diventa di un interesse inesauribile, pieno di sorprese.

Ma Anais è delusa anche da Rank. Lo abbiamo già detto, e lei lo ha scritto un’infinità di volte in mille modi diversi. È capace di amarli tutti, riesce a descrivere una giornata come il 6 giugno 1934 vissuta senza ritegno all’insegna della fellatio prima con Henry e poi con Rank.

Di ritorno confida ad Henry: una donna dovrebbe nutrirsi esclusivamente di sperma e subito dopo parlano di psicoanalisi. Ma lei ha bisogno di inventare sempre la vita. Rivolge un pensiero finanche a Dio reputandolo forse geloso della sua venerazione per l’uomo. E si domanda: se Dio mi vuole esclusivamente per Lui, è questa la rete che mi porterà a Jung?

Ha già scritto nel febbraio 1933 che suo marito le ha detto che lei dispone di un harem e a ciascuno dice: “sei tu il favorito”. Se prima il vero re era Henry, poi lo è stato Allendy e quindi Rank e poi di nuovo Henry che ha dovuto lasciare un po’ di spazio per Artaud e ancora per Hugo e tutti insieme per Joaquin. Ed abbiamo già assistito alla sua tentazione per Jung e alla gelosia percepita addirittura nell’Onnipotente.

È la fine per Rank, che morirà davvero poco dopo Freud nel 1939. Ma lasciamo di nuovo la parola alla scrittrice:

Dopo Rank, vivrò solo per gli altri, questa è la mia gioia.

La psicoanalisi mi ha salvata perché ha permesso la nascita del mio vero io, religioso. Non posso diventare una santa. Ma sono pienissima e ricchissima e ho molto di cui scrivere. Mi accontenterò di un po’ di pace e di qualche preciso ricordo. Non posso insediarmi definitivamente nella vita umana. Non mi basta. Devo ascendere a regioni più vertiginose. La psicoanalisi mi ha salvata dalla morte. Mi ha permesso di vivere e, se abbandono la vita, sarà solo per mio volere, in quanto non contiene l’assoluto. Ma quanto amo ancora il relativo, la banalità e il calore di un fuoco, e una bella raccolta di orecchini, ed Haydn ascoltato con il fonografo, e le risate con Eduardo, e le battute su Mae West, e il nuovo completo di lana nera con enormi maniche e scollatura sensuale dalla gola ai seni, e il braccialetto e la collana di pietre azzurre, incastonati di stelle, e la nuova biancheria, e la nuova vestaglia di velluto nero e il cassetto pieno di copie di Tropico del Cancro con la mia prefazione, e l’ultima lettera di Rank, e il telefono che squilla tutto il giorno, addio addio addio…

Amore.

Psicopatologia della guerra e del terrorismo

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 53, Roma, Di Renzo Editore, 2003 – Estratto

Freud nel 1932 in risposta a Albert Einstein sul quesito “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra” partendo dalle sue riflessioni su Eros e Thanatos e sull’aggressività umana, afferma che ”una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interesse”. Ma la vera difficoltà, continua Freud, non consiste tanto nel creare una tale istituzione, ma di conferirle il potere necessario e incontestabile per agire.

Nel 1945 Jung sconvolto dalle sventure e dai lutti bellici, inorridito “dall‘irresistibile fascino del male” che aveva condotto alla trance possessiva delle masse, pur ammettendo l’importanza del fattore economico, affermerà che “al disopra e al di là di ogni fattore esterno, le decisioni ultime risiedono sempre nella psiche umana” e che dunque “affinché si muti l’intera realtà deve prima mutare l’individuo singolo”.

Il post-freudiano Franco Fornari ha dedicato ben due libri all’argomento guerra: Psicoanalisi della guerra atomica e Psicoanalisi della guerra . I due libri rappresentano un corpus unico (buona parte del primo confluirà nel secondo).

L’excursus storico parte dalla nota e provocatoria interpretazione di Freud sulla guerra: “In realtà i nostri concittadini non sono sprofondati così in basso come temiamo perché non erano mai saliti così in alto come credevamo… Questa guerra rappresenta per il cittadino di qualunque nazione l’occasione per capire ciò che in tempo di pace potrebbe capire solo per caso: cioè che lo stato proibisce all’individuo di commettere iniquità non perché desideri abolirle ma perché vuole averne il monopolio come per il sale e i tabacchi.”

Fornari esamina le tre teorie della guerra esposte da Money Kyrle che si dimostrano ancora intramontate senza che una escluda le altre. La prima è quella sessuale (armi come falli); la seconda è definita edipica (legami omosessuali tra gli individui passando da posizione ostile verso il padre a posizione passivo-femminile): “la cooperazione e la lealtà richieste nella convivenza del gruppo, e in modo specifico nella cooperazione degli individui in guerra, sarebbero rese possibili dai legami omosessuali tra gli individui di uno stesso gruppo e nel rapporto col capo”. La terza teoria, chiamata paranoica, deriva dagli studi di Melanie Klein sullo sviluppo iniziale del bambino. Secondo questa studiosa della psicoanalisi infantile per il bambino la madre è il primo contenitore di ogni cosa buona ma anche, può sembrare assurdo, di ogni cosa cattiva che lo riguardi. Così il bambino può sviluppare ansie persecutorie create da lui stesso identificandosi, attraverso un processo maniacale, con il nemico interno e aprendosi quindi alla guerra.

Fornari da parte sua ritiene che “ciò che espone l’uomo alla guerra non è tanto la sua dotazione aggressiva originaria, una sua particolare malvagità, ma una specie di pazzia innata con la quale egli costituisce i suoi rapporti primitivi con il mondo, che originariamente è la madre”. Dunque mentre l’esperienza amorosa considera l’altro come indispensabile all’esistenza del Sé fino a farla diventare costitutiva del Sé, l’esperienza di odio rappresenta la radicalizzazione distruttiva del rapporto con l’altro come uno degli aspetti più tipici della guerra intesa come paranoia persecutoria e quindi negatrice della esistenza del Sé. L’intento di Fornari è quello di dimostrare che solo una lettura che sia anche cura psicoanalitica della necessità di violenza e della necessità di colpa degli esseri umani può trasformare le loro ansie distruttive in propositi e necessità di pace. Ne consegue, come processo terapeutico psicoanalitico, una possibile responsabilizzazione dell’individuo, che prendendo coscienza attua un processo riparativo dell’era catastrofale. Fornari conclude indicando la necessità di costituire un’organizzazione – da lui battezzata Omega – che sia difensiva, giuridica, repressiva all’interno dei gruppi del crimine guerra, e da considerare come desiderio delittuoso dei singoli individui anziché funzione dello Stato.

Lo studio più ammaliante in materia di guerra è forse quello dell’inglese post-junghiano Anthony Stevens, autore di numerosi saggi tra cui il fondamentale Le radici della Guerra, una prospettiva junghiana . Il suo discorso si articola prendendo ovviamente le distanze dalla visione freudiana: “Mentre Freud assumeva che il nostro patrimonio mentale viene acquisito da ciascun individuo nel corso del suo sviluppo, Jung sosteneva che le caratteristiche essenziali che contraddistinguono l’essere umano sono già presenti dalla nascita. A questi attributi tipici della specie umana Jung diede il nome di archetipi. L’archetipo del nemico è soltanto uno di questi.

Gli archetipi, sosteneva Jung, sono alla base di tutti i fenomeni più comuni dell’esistenza umana. In quanto strutture innate, gli archetipi posseggono la capacità di originare, controllare e mediare esperienze e comportamenti caratteristici e comuni a tutti gli esseri umani. In particolari occasioni, gli archetipi generano pensieri, immagini, sentimenti e idee che appaiono fondamentalmente simili in individui diversi, indipendentemente da variabili quali classe, razza, religione, posizione geografica e periodo storico. Accettare l’ipotesi degli archetipi significa in ultima analisi adottare una visione della psiche essenzialmente filogenetica, poiché gli archetipi possono essere considerati come entità biologiche che si sono evolute nel corso della selezione naturale”.

L’analisi di Stevens si basa sulla sua conversione alla teoria degli archetipi di Jung (una storia affascinante che meriterebbe un capitolo a parte . Come per tutti gli archetipi, anche quello del nemico ha un ruolo importante nel comportamento degli umani e si manifesta sin dalla primissima infanzia. Il bambino, nei primi mesi di vita, mentre dimostra gioia nell’avvicinarsi della propria madre, ha parimenti circospezione se estranei gli si approssimano. Appena più grande, intorno al primo anno di vita, il suo atteggiamento di timore si trasforma in ostilità non disgiunta da paura vera e propria. È questa una predisposizione innata nel bambino che non è assolutamente influenzata dalle sue condizioni di nascita o dal modo in cui è stato fatto crescere. È lecito chiedersi il perché si possa sviluppare questo “complesso” di sensazioni associate e legate tra loro da una comune carica emozionale. Le componenti che lo sviluppano sono due: l’indottrinamento culturale e la repressione familiare.

La prima, quella dell’indottrinamento, deriva direttamente dai concetti, a volte anche di natura teologica, che vengono volontariamente e involontariamente inculcati nel pargolo dalle persone che normalmente lo circondando. Quindi il Male, il Diavolo, ma anche coloro e tutto ciò che non è gradito dagli “allevatori” o dai consueti frequentatori del bambino, vengono fatti apparire come un potenziale “nemico” da evitare sempre e comunque. La seconda componente, quella della repressione familiare, è frutto tipico di tutte le prevenzioni e di tutti i moduli comportamentali che in qualsiasi nucleo familiare esistono. Jung, che riteneva quest’ultima componente di interesse primario per l’analista, vuoi perché rappresenta aspetti della personalità repressi, vuoi perché è lasciata allo stato embrionale nell’inconscio per le condizioni della realtà in cui l’individuo cresce, la definì ombra. L’ombra non riesce quasi mai a “realizzarsi”, resta sempre racchiusa nell’autorità “paterna” che Freud indicava come il Super-io e Jung come complesso morale.

Per Stevens l’archetipo del nemico, frutto naturale delle componenti di cui abbiamo parlato, si manifesta in forme varie, ma sempre molto aggressive. La forma onirica, basilare, forse l’unica che abbia una maggiore incisiva valenza comportamentale, immagina il nemico sempre sotto forma sinistra e minacciosa e, normalmente, sempre dello stesso sesso del sognatore ma parimenti di nazionalità, colore, razza diversi. Questa è la tipica manifestazione di supervalutazione dei propri ”inculcati” valori tribali. Così quando ci abbandoniamo ai nostri istinti più incivili e barbari vuol dire che siamo preda dell’ombra, un’ombra tutta umana e niente affatto animale (tanto è vero che gli animali non sono capaci di perpetrare misfatti pari a quelli umani).

L’inclinazione umana a compiere atti feroci e assurdi, anche di massa (come l’Olocausto e le altre stragi di cui la Storia è triste testimone) dipende dalla incapacità di controllare la propria ombra. Goethe con il suo Faust, Oscar Wilde con il Ritratto di Dorian Gray, Stevenson con il Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Mary Shelley con il suo Frankenstein ci hanno dato un esempio in letteratura di quanto potente e terribile possa essere il lato segreto di ciascun di noi. Hitler, Mussolini, Stalin, Pinochet, Lenin, i Cristiani alle crociate, i Turchi in conquista, i Colonnelli greci – e aggiunga a piacere il lettore i suoi criminali favoriti – hanno dimostrato concretamente, e sanguinosamente, di quali atrocità sia capace l’uomo. Nei casi in cui viene coinvolta la massa, l’uso pervicace dei media è in grado di suggestionare un intero popolo a proiettare, spostandola lontano da sé, la propria ombra sul cosiddetto nemico, come è avvenuto per gli ebrei demonizzati dal nazismo. Così se è vero, come predicava Konrad Lorenz, che solo l’animale capace di aggressività verso i suoi conspecifici è anche capace di affettività, così anche per la specie umana la bravura nel farci degli amici corre sullo stesso filo che produce anticorpi antiumani, creandoci dei nemici.

Sembra quasi che le due rette parallele di Fornari e di Stevens si incontrino a questo punto: entrambi sono convinti che bisogna fare i conti con la nostra personale e innata cattiveria per migliorare i rapporti con la nostra anima naturaliter religiosa. E così per chiunque abbia un rapporto con un credo buddista, cristiano, scintoista, musulmano, ebraico, induista, politeista, agnostico, ateo, mi sembra opportuno ricordare che il filosofo Luigi Pareyson considera sconcertante, ma attendibile, il voler far risalire a Dio la creazione del male perché anche se ammettiamo Dio come sua origine è pur sempre l’uomo il suo vero artefice. Il problema sta nel libero arbitrio. Noi conosciamo il bene e il male perché, sempre come dice Pareyson, la realtà suscita al tempo stesso stupore e orrore, angoscia e meraviglia: la sua caratteristica essenziale è l’ambiguità… Dunque dobbiamo scegliere con dolore perché il dolore è il luogo dove uomo e Dio si ritrovano. La sofferenza che il dolore genera può essere lenita solo dal ritrovarsi tra l’uomo e il suo Signore. Il dolore, unico mezzo che riesca a superare il male, è anche l’unico trait d’union sempre vivo che può collegare divinità e umanità come una nuova copula mundi. Non esiste via d’uscita dalla guerra e dal male senza sofferenza e confronto con i nostri simili. Noi tutti siamo corresponsabili in prima persona dell’attuale stato del mondo, non i partiti politici, non gli Stati, non il Diavolo, né gli Angeli, noi con il nostro dolore senza il quale e con il quale non possiamo vivere. Per dirla con Marziale: Nec tecum, nec sine te vivere possum.

Coppie fumose

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 52, Roma, Di Renzo Editore, 2002 – Estratto

Prigioniero della mia ignoranza e del mio ruolo di fumatore da strapazzo (questo termine-calembour ci condurrà presto a Lacan, e mi chiedo, more lacaniano: non è proprio di uno psico-analista che si rispetti il fumare da stra-pazzo?) mi sono acceso e ho scoperto Odile Lesourne, autrice de Il grande fumatore e la sua passione un’opera che esamina con attenzione sociologi-ca e con rigore psicoanalitico la questione fumo.

Il libro si avvale della prefazione di Jean Laplanche che, evidenziando il silenzio sul pro-blema, suggerisce di cercare in un Freud nevrotico – che aggira il suo tabagismo senza mai at-taccarlo come un sintomo – le ragioni del comportamento quasi muto degli analisti riguardo a una patologia psicosomatica sorella dell’onicofagia e dell’etilismo.

L’argomento è stato affrontato fin dal 1922 da alcuni psicoanalisti, ma non troppi – se si considera che tre di essi pubblicano sulla stessa rivista nell’arco di un solo anno – come si può notare nel breve elenco a fondo pagina.

È arcinota tra gli psicoanalisti la passione di Sigmund Freud per i sigari e lo sanno anche i non addetti ai lavori: il maestro di noi tutti appare nelle fotografie più diffuse in compagnia dell’amato sigaro.

Secondo Ernest Jones, suo biografo e discepolo, Freud fin da giovane ne fumava almeno venti al giorno. A 38 anni, nel 1894, il suo medico Fliess riscontrando un disordine del ritmo cardiaco gli prescrive l’astensione dal fumo. Sarà perché Fliess era anche un amico e quindi poco carico di ascendente transferale, sarà perché Freud preferiva il fumo alla depressione, sta di fatto che continuò a fumare fino alla morte. Questa tesi è avvalorata da un suo scritto, sempre citato da Jones:

“Subito dopo aver smesso di fumare, ci sono stati alcuni giorni tollerabili… Poi arrivò im-provvisamente una grave crisi cardiaca, peggiore di quelle che avevo avuto quando fumavo… Ed insieme un umore angosciato in cui immagini di morte e scene di addio rimpiazzavano le abituali fantasie… I disturbi organici sono diminuiti negli ultimi due giorni, ma l’umore de-presso continua… È spiacevole per un dottore che deve preoccuparsi per tutto il giorno di ne-vrotici non sapere se egli stesso soffre di una depressione giustificata, oppure di ipocondria.

Certamente Freud non avrebbe mai immaginato che tren-t’anni dopo Italo Svevo ne La co-scienza di Zeno, il primo romanzo psicoanalitico italiano, potesse descrivere magistralmen-te la nevrosi di un fumatore con angosce e malinconie molto simili a quelle da lui patite.

Apprendiamo ancora da Jones che Freud riprende a fumare dopo solo sette settimane. In se-guito smetterà di fumare per quattordici lunghi mesi, ma “…poiché la tortura da sopportare era al di là di ogni umana possibilità…” tornerà ai suoi sigari.

A quarantacinque anni Freud fuma ancora 20 sigari al giorno nonostante un aumento di a-ritmie cardiache e dolori anginosi. Qualche anno dopo, in una lettera a Karl Abraham, confessa che il tabacco ostacola le sue ricerche psicoanalitiche. Ma neanche questo terrore – che lo preoc-cupava sicuramente più della sua salute – riuscirà a farlo smettere.

Quando nel 1923 subisce il primo di ben 32 interventi chirurgici al palato a causa di un cancro sicuramente provocato dal fumo, nemmeno questa grave patologia lo convincerà a smettere di fumare.

Leggiamo in La droga di Giancarlo Arnao che si fece confezionare per un certo periodo dei sigari a basso contenuto di nicotina, e insoddisfatto li abbandonò presto tornando a quelli abitua-li nonostante si aggravassero i suoi problemi cardiocircolatori.

L’alternarsi di brevi periodi di astensione con lunghe stagioni di terapia tabagica è costante. A settantatré anni prova a smettere dopo un ricovero in ospedale, ma dopo appena ventitré gior-ni tornerà ai suoi amati sigari che lo sosterranno, insieme alla morfina, per il resto della sua vita.

Quando la mandibola dovette essere asportata e sostituita da una protesi, con atroci dolori e difficoltà nel parlare e per nutrirsi, i sigari diventarono una specie di consolazione. Quasi per giustificarsi di aver ripreso, dopo un ennesimo periodo di astinenza (appena un giorno!) in una lettera inviata a Sandor Ferenczi arrivò ad attribuire ai sigari la capacità di lenire il dolore al palato e di produrre un fantastico effetto sull’umore – tutto grazie all’imprevisto e propizio dono da parte di un paziente di ben cinquanta sigari!

Freud era solito fumare un tipo di sigaro chiamato trabucco, di piccole dimensioni, piuttosto dolce, considerato il migliore tra quelli venduti dal monopolio austriaco. Ma i suoi preferiti erano i cubani Don Pedros e i Reina che si procurava durante le vacanze in Baviera. Gli piace-vano anche i Liliputanos olandesi. In tarda età, quando viaggiava molto meno, chiedeva sempre ad amici e colleghi di procurargli i suoi sigari preferiti.

Poco prima di morire, in occasione del settantaduesimo compleanno di suo fratello, Alexan-der Freud, regalò a questi tutta la sua riserva di sigari invitandolo a indulgere nel piacere del fumo di cui lui non avrebbe potuto più godere a lungo.

Nonostante tutto il simbolismo legato all’aspetto orale descritto per primo proprio da Freud, gli viene attribuita la frase che “un sigaro qualche volta è soltanto un sigaro”

Max Schur nel libro Vivere e morire racconta che Freud inventò per i sigari la parola arbei-tsmittel, traducibile in italiano come strumento, mezzo di lavoro giocando sul termine tedesco lebensmittel (generi, mezzi alimentari).

Lo psicoanalista-allievo Raymond de Saussure nel suo libro di memorie Freud as we knew him ipotizza che l’odore del sigaro stabilisse una specie di connessione sensoriale tra il terapeuta e il paziente disteso sul lettino durante la seduta. A ciò si aggiungeva che nell’atmosfera buia del suo studio si stagliava una intensa luce brillante proveniente non dalla finestra ma dalla sua mente lucida… Il contatto era stabilito soltanto dalla voce di Freud e dall’odore dei suoi sigari fumati senza sosta.

Una scelta di modelli della collezione anglosassone inverno 2000-2001 dedicata a scrittura e psicoanalisi

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 50, Roma, Di Renzo Editore, 2001 – Estratto

Paul Auster è uno dei miei beniamini. Non mi sembra vero trovare un suo scritto nella raccolta Shrinks. In prima lettura It don’t mean thing mi lascia perplesso perché non trovo alcun nesso con il tema della raccolta, ma la sua brevità, solo cinque pagine, mi invoglia a riesaminarlo.

Chi conosce il suo stile è abituato a intrecci e trame che hanno, con una certa costanza, risvolti a metà strada tra la risoluzione di un giallo e la scoperta di un problema psicologico. Auster, con la seduzione di chi sa davvero raccontare comprime, in questo Non significa niente, tre storie in una per dare un senso alla casualità che lega tempi e personaggi diversi. Ho la netta sensazione che l’autore abbia consegnato all’editore alcune pagine strappate a caso dal proprio diario: una del periodo che corrisponde al tempo in cui sua figlia di dodici anni combatte con la matematica, un’altra del 1968 e la terza dell’ottobre 1999. Questi ricordi personali arrivano fino ai suoi nonni, ad Antoine de Saint-Exupery e al civico 240 Central Park South di Manhattan, dove sembra che l’autore del Piccolo Principe abbia scritto il suo capolavoro. Potrebbero essere ordito e trama di adolescenza e maturità di uno scrittore, proprio di Paul Auster, ma se mi domando la ragione di questo contributo in una pubblicazione monotematica sulla psicoanalisi, non trovo altro appiglio se non quello della sincronicità. Un impasto di sincronicità spudoratamente junghiana lega questo minestrone di eventi acausali in modo gradevolissimo.

Uno scrittore cui viene delegato il compito di organizzare una mostra su Matisse e che non riesce a procurarsi il dipinto più importante perché introvabile. Un poeta in disgrazia che viene aiutato attraverso una colletta di scritti destinati alla pubblicazione di un volume per collezionisti. Una canzone che intona un momento magico tra padre e figlia, quasi un segnalibro di una pagina importante della loro vita.

La canzone It don’t mean a thing if it ain’t got that swing – che è anche in parte il titolo del racconto – ricompare, peregrina, in una strisciolina di carta che scivola dal libro dello scrittore esperto di Matisse. Lo stesso scrittore esperto in Matisse scopre che il dipinto agognato ha penzolato per anni a cinque metri dal proprio letto, nell’appartamento sopra a quello dove era solito alloggiare, all’Hotel Carlyle di New York.

Un insieme di eventi non causali che, magnetizzati nella penna di Auster, trovano una coincidenza tra i fatti esterni e le emozioni, esprimendo in letteratura il concetto della sincronicità senza mai nominarla. Magia della letteratura.

Il fattore R. Aspetti di rinascita in storie di celluloide, carta, anima e carne

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 49, Roma, Di Renzo Editore, 2001 – Estratto

Qualche volta bisogna addirittura incarnarsi nel nemico per sopravvivere, vestire i panni di Mr. Hyde nascondendo il buon Dr. Jekyll agli occhi dei più. Forse soltanto così capiremo, come dice Jung, che non facciamo nient’altro nella nostra vita che imbatterci in tanti altri noi stessi con diverse maschere.

E se invece queste maschere fossero le nostre reincarnazioni?

A questo quesito può rispondere la terapia dell’ipnosi regressiva alle vite passate proposta dal dottor Brian Weiss, uno psichiatra di Miami, Florida, che ha rispolverato l’antico metodo catartico con una sua paziente di nome Catherine che aveva in terapia psicoanalitica. Il risultato di questa cura è raccontato nel libro Molte vite, molti maestri del 1988. Come sempre per una buona ipnosi occorre che il nostro candidato si disponga tranquillamente al lavoro e tutto procederà quasi automaticamente.

Ogni vero ipnotista sa che non esistono gli ipnotizzatori ma soltanto gli ipnotizzati. È Catherine stessa a condurre il veicolo del ricordo e, mediante la trance, farà scoprire al suo terapeuta notizie e conoscenze davvero metafìsiche. Giungerà perfino a riconoscere in lui qualcuno che ha sempre conosciuto nell’arco di secoli come padre, fratello, amante e adesso come medico. La lezione di amore, perdono, e comprensione che pervadono questo caso clinico oltre i limiti del paranormale, conducono la paziente a una serena guarigione, e lo psichiatra a perseguire questo cammino.

Arthur Schnitzler come psicologo

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 47, Roma, Di Renzo Editore, 2000 – Estratto

SchnitzlerVorrei perciò disseppellire dall’oblio lo psicologo Arthur Schnitzler. Non so quanti di Voi ricorderanno però che, a differenza di altri scrittori, il suo confronto con la psicoanalisi si è articolato attraverso una ricerca squisitamente artistica che non si è accontentata di assorbire ed elaborare personalmente solo gli studi di Freud, ma, come un perturbante suo fratello, ha condotto alla scoperta di una speciale terra di nessuno definita medioconscio e utilizzata dalla sua creatività. Il medioconscio, chi è costui? Lasciamone la descrizione allo stesso Schnitzler:

“La psicoanalisi parla di conscio e inconscio ma trascura, secondo me, la zona intermedia, quella del medioconscio., che costituisce il territorio più enormemente esteso delal vita psichica e spirituale, da lì gli elementi salgono ininterrottamente verso il conscio, o precipitano nell’inconscio.”

La mia ipotesi è che Schnitzler abbia voluto comunicarci che il medioconscio sia accessibile unicamente agli artisti. Questa no man’s land, che dobbiamo credere appartenga solo agli artisti, ci consente di entrare nelle zone più segrete della nostra vita.

Jung e Joyce, probabilmente…

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 46, Napoli, Liguori, 1999 – Estratto

Joyce deve aver pensato che, se Jung non era in grado di interpretare l’Ulisse, non era neanche in grado di comprendere Lucia. Joyce discusse più volte il caso della figlia con Jung. In una di queste conversazioni, Jung gli disse che lui, Joyce, era il solo in grado di venire a capo di qualcosa con la figlia, dal momento che questa era un caso eccezionale che non si prestava a una cura psicoanalitica. Anzi una cura psicoanalitica avrebbe potuto condurla a una catastrofe.

Noi crediamo che, come spesso accade, Joyce non riuscisse a rassegnarsi alla inarrestabile corsa verso la follia della figlia e, pur odiando chiunque propugnasse questa tesi, si fosse intimamente arreso all’evidenza. reputava, per lo stile con cui Joyce scriveva, che questi fosse in potenza uno schizofrenico e che la figlia lo fosse di fatto, e che costituisse pertanto una sorta di femme ispiratrice del padre. Joyce si identificava tanto in Lucia, che il farla dichiarare malata sarebbe stato un indiretto ammettere una propria latente psicosi. Jung osserva che i due erano come una coppia che affonda in un fiume, ma con una sostanziale differenza: Lucia perche vi cade e ]ames perche ci si tuffa. Questa la tesi di Ellmann.

Crediamo quindi che Jung, pur consapevole del genio di Joyce, riconosce che è difficile per qualunque padre accettare, sia anche il più grande scrittore del secolo, la pazzia della propria figlia. Le stravaganze e le produzioni letterarie di Lucia venivano esaltate dal genitore come originalità vitale ed artistica, ma Jung analizzandole correttamente le etichetterà come incontrovertibile dimostrazione di schizofrenia.